Ransomware, sempre più intelligenti

Ransomware, sempre più intelligenti

Lo hanno definito il più grande attacco ransomware della storia, quello che il 4 luglio, giorno festivo negli USA, che partendo dall’infezione di Kaseya, società che fornisce sistemi di monitoraggio della rete, si è diffuso a centinaia di clienti di quest’ultima, mettendo a rischio milioni di pc. Il software di Kaseya, VSA, è stato colpito dal gruppo cybercrime REvil, una banda ransomware in gran parte composta da russofoni, già nota per attacchi mirati a importanti aziende (come i fornitori Apple), mediante un attacco sistematico che ha coinvolto oltre 1.500 aziende utilizzatrici di software dei clienti di Kaseya. Dal momento che questi gestiscono centinaia o migliaia di altre realtà, non è chiaro quanti saranno vittime del ransomware durante i prossimi giorni. Certo il numero è destinato a salire. Alcune delle aziende hanno già ricevuto richieste da 5 milioni di dollari per il riscatto dei dati, inoltre gli hacker vogliono 70 milioni di dollari (59 milioni di euro) in Bitcoin per rilasciare pubblicamente quello che chiamano un “decrittatore universale”. Il caso che ha tenuto banco sui giornali in Italia è quello del Gruppo Miroglio, i cui pc sono stati bloccati ed è stato chiesto un riscatto di 70 milioni di Euro.

Ma che cosa è un ransomware?

La risposta è nel nome stesso, che è composto dalla parola ransom – riscatto in inglese – e dal suffisso -ware, che lo identifica come programma malevolo, che sequestra i dati di un dispositivo chiedendo un riscatto per renderli nuovamente accessibili: insomma sono veri e propri virus informatici molto utilizzati dai cybercriminali per finanziare le loro attività illecite. Partita come una minaccia che puntava ad aumentare la quantità delle vittime, i ransomware sono stati utilizzati sempre di più fino a diventare delle attività molto più ragionate e mirate. A 32 anni dalla scoperta del primo ransomware noto come Trojan Aids o PC Cyborg il riscatto chiesto dai cybercriminali è aumentato di pari passo con l’evolversi delle tecnologie impiegate. Per consegnare un ransomware alle vittime, i criminali prediligono l’utilizzo di un popolarissimo e tristemente efficace vettore d’attacco: il phishing. Finte e-mail camuffate così bene da risultare autentiche e che inducono l’utente a cliccare su un link in esse contenuto, sono la porta d’accesso ai sistemi informatici bersaglio. Basta infatti un semplice click su un link malevolo per avviare il download del ransomware che, nel giro di pochi istanti, è in grado di criptare l’intero sistema rendendo il dispositivo infettato, completamente inutilizzabile.

Tutto questo spiega come rivolgersi a professionisti capaci aiuti a proteggersi dai cybercriminali.

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Quando l’azienda è in vacanza

Quando l’azienda è in vacanza

Chi non è addentro ai meccanismi complessi che regolano il funzionamento delle reti informatiche e delle apparecchiature tecniche che le compongono, difficilmente ha la percezione di quanto siano delicate e suscettibili di blocchi o malfunzionamenti. Normalmente siamo convinti che inserire un gruppo di continuità elettrica sia sufficiente a preservarle, anzi tendiamo a credere che si auto controllino o addirittura che vivano di vita propria e si autorigenerino. E’ vero che ai non addetti ai lavori l’informatica pare sconfinare nella magia, del resto non è sempre tangibile il modo in cui opera e negli ultimi anni, con la virtualizzazione delle strutture e il cloud, sono sempre meno gli strumenti fisici che possiamo veder lavorare, ma non è così. Si tratta di reti complesse e sensibili che necessitano di controlli e test continui e in alcuni momenti dell’anno queste loro caratteristiche vengono messe a rischio dalle chiusure.

Abbiamo tutti una gran voglia di goderci le agognate vacanze, abbiamo le valige pronte sull’auto e non vediamo l’ora di partire, ma quando saremo nei nostri luoghi di relax, potremo dire di essere davvero tranquilli di aver lasciato in sicurezza e sotto controllo l’azienda? Purtroppo quando non si ha un monitoraggio diretto e continuo possono verificarsi imprevisti in nostra assenza, in grado di mettere a repentaglio il lavoro di mesi, a volte di anni. Potrebbe manifestarsi un inconveniente di alimentazione elettrica, un abbassamento di tensione, un fulmine che fa saltare i salvavita; potrebbe accadere che la rete informatica subisca un attacco da parte di hacker, che si rompa una tubazione e si produca una perdita idrica, potrebbe verificarsi un evento naturale straordinario e nessuno lo saprebbe. Al ritorno in azienda troveremmo un disastro, tutti i computer fermi, magari danneggiati e questo procurerebbe un grosso danno. Occorrerebbe dover riavviare tutti i sistemi, eventualmente sostituirne una parte, non potremmo riaprire subito e questo causerebbe una perdita economica.

Esiste un modo per ovviare a tutte queste nefaste conseguenze: attivare un sistema di controllo che sia i nostri occhi e le nostre orecchie in nostra assenza, non solo durante le vacanze ma anche nei fine settimana e durante le festività. Il monitoraggio della rete è un servizio che permette di avere un controllo completo dello stato dell’infrastruttura informatica e delle applicazioni, così da prevenire eventuali malfunzionamenti che potrebbero arrecare danni all’azienda. occorre mettere a punto un servizio continuo, economico e sicuro, che consenta di garantire l’integrità di tutti i dati e fornire il monitoraggio h/24 su guasti o problemi tecnici che possono danneggiare la rete informatica aziendale. In questo modo non si sarà più all’oscuro di ciò che accade durante l’orario di chiusura, in nostra assenza.  Se si dovessero verificare problemi di ogni genere, il sistema di sorveglianza avvertirà e sarà possibile intervenire immediatamente, fisicamente con un addetto dedicato che può recarsi in loco, o da remoto, per ripristinare la piena funzionalità dei sistemi. Alla riapertura degli uffici nessuna cattiva sorpresa farà capolino dagli uffici e tutti gli addetti saranno operativi con i propri computer.

Solitamente si interviene dotando l’infrastruttura aziendale di programmi idonei, che interrogano ogni 5/10 secondi i dispositivi da monitorare e i dati raccolti vengono elaborati dalla piattaforma di gestione. Qualora i sistemi non rispondessero o si riscontrasse un disallineamento dagli standard predefiniti, un meccanismo di allerta e avvisi su cellulare e mail subentra in automatico. Questo permette l’intervento in tempo reale su anomalie o problemi di performance da parte del personale incaricato della gestione e della risoluzione dei problemi. In questo modo l’intera infrastruttura informatica ed i servizi erogati come siti web, applicazioni gestionali, servizi di posta elettronica, server, router, firewall, etc. sono continuamente gestiti senza alcuna conseguenza sulle attività degli utenti. Solitamente i servizi erogati da questi sistemi di controllo sono i seguenti:

  • Presidio della rete: ogni sistema, server e applicativo è monitorato 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno.
  • Help desk: il sistema di allerta coinvolge in tempo reale personale qualificato.
  • Continuità operativa: il servizio di monitoraggio della rete garantisce la continuità operativa e la sicurezza informatica dell’organizzazione.

Insomma quando lasciamo la nostra azienda dobbiamo essere certi di poter dormire sonni tranquilli, sapendo che c’è chi se ne occupa in nostra assenza nel rispetto di una massima antica ma sempre valida, che prevenire è sempre meglio che curare! Buone vacanze a tutti.

La trasformazione di Office in Office365

La trasformazione di Office in Office365

Fin dalla sua uscita sul mercato nel lontano 1988, Microsoft Office è stato distribuito come un “prodotto“. Il software veniva acquistato per ottenere una licenza di utilizzo senza scadenza per quella versione; occorreva acquistare annualmente gli aggiornamenti. Il costo era elevato e ha portato allo spezzettamento delle versioni installate, causando problemi di compatibilità.

Negli ultimi anni, grazie alle connessioni veloci e al cloud, si è trasformato il “prodotto” in “servizio“, con l’avvento sul mercato di Microsoft Office 365, nuova versione cloud della suite office, che sostituisce il costo di licenza con un abbonamento, garantendo al cliente un servizio più economico, completo e sempre aggiornato all’ultima versione disponibile.

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Facciamo chiarezza

Office 365 è il servizio in abbonamento per l’utilizzo della suite Microsoft Office da non confondere con Microsoft Office Online, che è la modalità gratuita per usare i programmi Office mediante un browser web.

Disponibile in abbonamento mensile o annuale, nonostante sia nata per essere utilizzata online, questa suite è utilizzabile anche offline, essendo i file di installazione salvati in locale. I vantaggi sono: un numero maggiore di applicazioni incluse, minor costo e la possibilità di sfruttare 1 TByte di spazio OneDrive compreso nell’abbonamento.

Office 365 è digitale e non prevede l’acquisto di una versione materiale, non più dischi di installazione ma un abbonamento legato al proprio account Microsoft.

Al contrario di altre applicazioni cloud o web che necessitano di un server con cui dialogare, Office 365 installa in locale tutti i file e quindi è possibile lavorare in assenza di connessione dati.

In questo caso le funzionalità cloud saranno disattivate ma appena la connessione sarà ripristinata, la sincronizzazione automatica salverà in cloud. Questo permette di continuare a lavorare in assenza di connessione, per esempio in aereo e in caso di guasti alla linea Internet.

La suite Office 365 lavora con le versioni più recenti delle app di Microsoft Office Premium, come il client mail Outlook, il programma di videoscrittura Word, il foglio di calcolo Excel, OneNote come blocco note digitale e Powerpoint per la creazione di presentazioni. inoltre si aggiungono anche le App Access e Publisher, oltre al servizio di cloud storage OneDrive sempre incluso, che permette di archiviare in cloud fino a 1TByte di dati.

Completano il pacchetto a seconda delle versioni, Skype, Exchange, Sharepoint e Teams. Nell’abbonamento sono compresi gli aggiornamenti di sicurezza e le nuove versioni di tutte le app, senza obbligare l’utente all’acquisto di una nuova licenza per ogni nuova versione.

Per quanto riguarda le versioni non professionali, i prezzi spaziano dai 7€ al mese / 69€ all’anno, ai 10€ al mese / 99€ all’anno per la versione che permette l’utilizzo fino a un massimo di 6 utenti.

Il prodotto Business invece include una versione base da 4,20€ al mese che offre, oltre all’account e-mail Exchange, anche il servizio Teams per le riunioni virtuali ormai indispensabili a seguito del distanziamento sociale, uno spazio cloud OneDrive e le versioni web e mobili di tutte le applicazioni del pacchetto;

nella versione “Office 365 Apps” da 8,80€ più IVA al mese, si trovano solo le applicazioni Office ma non i servizi accessori (E-mail e Teams), ad esclusione di OneDrive; la versione più completa è la più gettonata “Office 365 Business Standard” da 10,50€ al mese più IVA, che comprende tutto il pacchetto business e le applicazioni per lo Smart Working (Teams, E-mail Exchange, OneDrive, SharePoint).

Per chi è adatto

Con Office 365 Microsoft offre un prodotto performante con numerosi vantaggi: più funzionalità e aggiornamento costante, con particolare attenzione alla crescente percentuale di utenti in mobilità e smart working che nell’ultimo biennio, per svariati motivi, costituiscono la fetta preponderante dei fruitori degli applicativi.

Questo nuovo modello di business può essere spiazzante per i vecchi utenti abituati alle licenze senza scadenza e all’acquisto di un prodotto, anziché di un servizio immateriale, ma il futuro sembra aver definitivamente virato verso il cloud e gli abbonamenti, portando vantaggi sia per le aziende che per i clienti.

IPSNet, forte della propria esperienza pluriennale nella fornitura di servizi IT assistiti, è in grado di accompagnare l’utenza in questo processo di migrazione e di nuova modalità di utilizzo del pacchetto Office, dalla creazione e gestione del tenant Microsoft (l’istanza aziendale da creare per poter acquistare il software Microsoft in modalità SAAS, Software As A Service) con tutte le implicazioni del caso (elenco utenti aziendali, tipo di servizi associati, scadenze, dimensione delle cassette postali e spazi di archiviazione documentale on line, alias, regole di inoltro dei messaggi ecc.). I tecnici IPSNet con un costante lavoro di ricerca e sviluppo, selezionano i migliori software per fornire servizi accessori aggiuntivi, ormai fondamentali per un corretto utilizzo della Suite Office 365 in termini di ottimizzazione del lavoro in team (Chat, Archiviazione e Ricerca di E-mail, Condivisione documentale), sicurezza e salvaguardia dei dati (Antivirus, Antispam, Backup).

Giorgio Bagnasco

Giorgio Bagnasco

Managed Services Specialist

Dottore in Matematica Informatica, originariamente sviluppatore di applicazioni Web, amministratore di database e project manager in una vasta gamma di applicazioni aziendali. Oggi specializzato in IT Management e System Integration, problem solving, progettazione e gestione di reti informatiche, ottimizzazione di sistemi informativi aziendali

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Kubernetes: questo sconosciuto!

Kubernetes: questo sconosciuto!

Kubernetes: questo sconosciuto!

La parola ha radici lontane, nel greco antico infatti significava “nocchiere” o “pilota”.

Si tratta di una piattaforma open source sviluppata da Google come evoluzione del proprio sistema Borg, oggi utilizzata per la creazione e la gestione automatica dei container, cioè quegli ambienti software in grado di eseguire e isolare dall’esterno l’attuazione di processi e applicazioni informatiche.

Prima di addentrarmi nel racconto di che cosa è e fa la piattaforma, vorrei spiegare per chi magari non è così addentro ai tecnicismi informatici che cosa è un container e come funziona. 

Che cos’è un container.

L’evoluzione informatica della funzionalità dei server è passata da un’architettura esclusivamente fisica ad una virtuale e, recentemente, alla virtualizzazione delle applicazioni e dei software, al fine di non sprecare potenze di calcolo e risorse, altrimenti spesso inutilizzate. La creazione dei container serve proprio a questo: perché virtualizzare un’intera macchina, quando è possibile farlo con una piccola parte di essa?

Questa intuizione ha spinto gli sviluppatori a trovare delle strade alternative alla virtualizzazione completa, così il team di Docker ha reso questa tecnologia uno standard, sviluppando un formato di containerizzazione capace di comprimere in blocchi le applicazioni ed effettuarne il deploy (rilascio al cliente di un sistema software o di un’applicazione) in qualsiasi ambiente di esecuzione, senza doversi preoccupare delle condizioni di eseguibilità. L’inserimento dei dati nei container può essere considerata figlia della virtualizzazione, da cui deriva, ma offre dei miglioramenti importanti.

Rispetto a un’intera macchina virtuale, un container offre:

un deployment semplificato: impacchettando un’applicazione in un singolo componente, che può essere distribuito e configurato con una sola linea di comando, senza preoccuparsi dell’ambiente di runtime (momento in cui un programma viene eseguito);

una disponibilità rapida: con la virtualizzazione e l’astrazione del solo sistema operativo e delle componenti necessarie all’esecuzione dell’applicazione, invece che l’intera macchina, il sistema si avvia in un tempo minore, rispetto a quello di una macchina virtuale;

un controllo più capillare: i container consentono agli operatori e agli sviluppatori di suddividere in pezzi ancora più piccoli le risorse computazionali, garantendo così un controllo superiore sull’eseguibilità delle applicazioni e un miglioramento delle prestazioni dell’intero sistema.

I vantaggi della containerizzazione sono diversi, tra cui l’opportunità per gli sviluppatori di possedere sul proprio laptop migliaia di container, e avere sempre a portata di mano un ambiente di deploy o test adatto a ciascuna applicazione in sviluppo. Su un laptop infatti è possibile eseguire diverse virtual machine, ma non in modo veloce e con limitazioni alle prestazioni esecutive, cosa invece possibile con i container. Inoltre la gestione dei cicli di rilascio delle applicazioni è semplice: per distribuire una nuova versione di un container occorre lo stesso tempo necessario a digitare una singola linea di comando in console.

La molteplice funzionalità, la portabilità tra i principali cloud provider e l’alta affidabilità, hanno reso il container uno degli strumenti al servizio degli sviluppatori più utilizzato per ottimizzare le risorse e creare un’infrastruttura performante.

Container vs macchine virtuali

Il vantaggio dei container rispetto alle virtual machine sta nella virtualizzazione delle applicazioni software dell’intera infrastruttura informatica. Poiché i container sfruttano il sistema operativo dell’host, invece del proprio, ne consegue che necessitano di risorse di elaborazione minime, oltre a essere più semplici da installare. Gli sviluppatori non devono intervenire per modificare tutta l’infrastruttura, ma gli è sufficiente agire sul singolo componente applicativo o processo. Da qui l’esigenza di un modello per governare automaticamente l’orchestrazione dei container distribuiti in cluster e su più server host.

La storia dei Kubernetes.

Quando, nel 2014, Google scelse questo nome per indicare la piattaforma open source per l’orchestrazione e la gestione di container, creata da Craig McLuckie e Joe Beda, scelse un logo rappresentato da un timone stilizzato, per richiamare l’origine greca e il significato della parola. I sette raggi del timone facevano riferimento al progetto Seven of Nine, che era all’origine di Kubernetes come ulteriore sviluppo di Borg. Nel 2015 Google, in seguito a un’alleanza con la Linux Foundation, decise di donare Kubernetes alla neonata Cloud Native Computing Foundation (CNCF), gruppo che aggrega i colossi mondiali del public cloud, insieme a un centinaio di startup. Il risultato attuale è un movimento globale che vede Kubernetes come uno dei principali tool di riferimento, con una crescita nell’utilizzo che i suoi fondatori non avevano ipotizzato neppure nei loro sogni più audaci. Nel 2019, infatti, aveva già più di 2.300 contributor e una diffusione capillare tra le imprese più innovative del mondo.

Come funziona Kubernetes

L’architettura e gli elementi chiave di Kubernetes rappresentano le ragioni del suo successo. La macchina master controlla i nodi (ognuno di loro rappresenta un singolo host di calcolo, cioè di macchina virtuale o fisica); essi lavorano controllati dal nodo master, che consente di programmare l’automatizzazione e la distribuzione dei container, in base ai desiderata dello sviluppatore e alla capacità di calcolo della macchina. Il software che riceve ed esegue gli ordini dal nodo master si chiama kubelet; esso avvia ed esegue i container. Gruppi di container riuniti in pod condividono risorse di calcolo e rete.

I vantaggi

La crescente fortuna di Kubernetes deriva dalla sua versatilità, visto il vasto numero di strumenti di supporto open source e la portabilità attraverso i principali cloud provider. Questo strumento innovativo è in grado di integrare i vari livelli di security con la stessa modalità con cui riesce a far interagire carichi di lavoro, reti, storage ecc., cioè mettendo a disposizione un’architettura di container completa. Questo vantaggio si riflette anche nel contenimento del rischio di downtime, perché la struttura della piattaforma assicura una continuità del servizio vicina al 100%.

Il futuro

Kubernetes permetterà la totale sincronizzazione delle app e questo porterà ad una distribuzione ottimale del carico di lavoro su tutti i cluster, grazie alla configurazione automatica dei server DNS. Insomma, tutto quello che sino a pochissimi anni addietro riguardava la fanta-informatica, oggi è realtà virtuale, mi si scusi il paradosso, che sta trasformando in maniera totale e irreversibile la concezione dei dati informatici e della loro gestione.

Buona navigazione a tutti!

Giorgio Bagnasco

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Dottore in Matematica Informatica, originariamente sviluppatore di applicazioni Web, amministratore di database e project manager in una vasta gamma di applicazioni aziendali. Oggi specializzato in IT Management e System Integration, problem solving, progettazione e gestione di reti informatiche, ottimizzazione di sistemi informativi aziendali

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Il futuro della cultura sarà informatico

Il futuro della cultura sarà informatico

In questi ultimi due anni abbiamo imparato ad utilizzare, come mai prima, tutti gli strumenti informatici per sopperire all’impossibilità di incontrarsi di persona e frequentare luoghi pubblici. Così gli store dell’e-commerce hanno registrato crescite stratosferiche, il lavoro è diventato casalingo e da remoto, il cinema lo guardiamo sulle piattaforme, la scuola la frequentiamo in DAD e persino le cure mediche, le facciamo in telemedicina. Dopo il grande balzo in avanti del cinema on demand, il settore che è cresciuto di più è quello dei libri virtuali. L’incremento globale del settore è stato tra il due ed il tre percento sia per la chiusura di molti punti vendita, sia per la “reclusione forzata” che ha privato gli italiani di tante altre forme di intrattenimento e che si sono riscoperti ferventi lettori. Il cartaceo sostanzialmente ha tenuto, con le librerie che si sono trasformate in venditrici di servizi, oltre che di carta stampata, sia come valore complessivo, sia come numero di copie, mentre c’è stato un incremento del 36% degli ebook ed un raddoppio degli audiolibri. Rilevante il fatto che gli ebook, se in valore rappresentano il 6% delle vendite, in termini di copie sono al 13%, in quanto il prezzo medio è meno di metà. Il rapporto inoltre sottolinea come le vendite on line siano passate dal 27% al 43%, su base annua, ma con un picco nei primi trimestri, poi in parte riequilibrato.

Quindi il settore tiene, con l’aumento degli ebook, la crescita degli audiolibri e l’aumento delle vendite verso l’online. Ma ciascuno di questi fattori si manterrà stabile nel tempo o tornerà a livelli prepandemici? È presumibile che nel 2021 ed ancor più nel 2022, potendo ricominciare a viaggiare, a frequentare ristoranti, concerti, teatri, cinema, etc. gli italiani leggeranno un po’ meno, staremo a vedere. Così come non è chiaro quanto l’acquisto a distanza e la lettura dematerializzata siano ormai abitudini che il lockdown ha contribuito a consolidare. Per cercare di capire i possibili sviluppi dello scenario editoriale, valutiamo quali sono i modelli di business che Internet offre e come si sono evoluti altri settori di intrattenimento.

Prima fu la musica, si è sempre venduta su supporti fisici (LP e CD, che si vendono ancora, anche se sono diventati per collezionisti), poi con la dematerializzazione, la si inizia a distribuire gratis online: nasce Napster nel 1999, ad opera di Sean Parker. Le case discografiche gli fanno causa e lo fanno chiudere. I tempi non sono maturi. Oggi la musica si ascolta gratis con pubblicità su Youtube o Spotify o senza, pagando un abbonamento, sempre su Spotify (di cui peraltro Sean Parker è uno dei principali investitori). Quindi è la volta del cinema. Lo abbiamo visto per decenni nelle apposite sale, comodamente seduti su poltroncine, poi a casa con VHS e DVD. In un secondo momento i diritti venivano ceduti alle televisioni vecchia maniera. Oggi con la virtualizzazione ed una banda di trasmissione adatta, si guardano i film e gli altri prodotti video in streaming. Netflix ha iniziato la propria attività nel 1998 distribuendo DVD, con l’intento di portare il film a casa del cliente: poi col cambiamento della tecnologia, continua a portarli a casa ma dematerializzati. Disney, sempre in abbonamento, sta mettendo sulla sua piattaforma gli enormi archivi a sua disposizione, con Pixar, Marvel, I Simpson (Fox).

E i libri? Alle ormai stantie e banali considerazioni sul piacere fisico del maneggiare il libro, di sentire il rumore delle pagine girate e del loro profumo, che in realtà diventa polveroso dopo anni di scaffali o mensole, quanti di noi leggono ancora i quotidiani comprati in edicola? In effetti non è green e rispettoso delle future generazioni tagliare alberi per fare fogli di carta, stamparli, leggerli e cestinarli in giornata. Fortunatamente la tecnologia per dematerializzare i libri esiste da tempo, e ora è diventata semplice e poco costosa. Esiste un problema legato però alla virtualizzazione dei prodotti editoriali, il rispetto e la garanzia dei diritti d’autore. Gli ebook devono essere necessariamente protetti da un formato dato dalla piattaforma che pubblica: Amazon richiede l’acquisto del dispositivo Kindle, IBS si affida alla protezione DRM di Adobe, purtroppo i due sistemi non sono compatibili e creano una concorrenza sleale sul mercato. Per gli audiolibri sono disponibili piattaforme in abbonamento, ad esempio Storytel svedese o Audible di Amazon.

Osservando attentamente il mercato si nota che sono soprattutto i colossi ad usare queste piattaforme, mentre molti piccoli editori non vendono in formato elettronico i propri prodotti. Qui si ravvisa una monopolizzazione del mercato, poiché il proprietario della piattaforma pretende la fetta maggiore degli introiti, lasciando agli editori le briciole. Ad esempio Amazon chiede il 40% del prezzo di copertina sul cartaceo ed il 50% su un ebook, questo scoraggia gli editori che non possono contare su vendite a 5 cifre. Alla fine di questa carrellata che fotografa la situazione attuale, verrebbe da suggerire agli editori di mettere in rete in abbonamento i propri archivi sterminati di opere non più ristampate, convertendone alcune in audiolibri. Sarebbe bello vedere piattaforme flat della Mondadori, della de Agostini o della Einaudi! Staremo a vedere.

Giorgio Bagnasco

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Il futuro di cinema e teatri sarà streaming?

Il futuro di cinema e teatri sarà streaming?

Certo che gli ultimi due anni hanno spazzato via decenni di sicurezze e ora dobbiamo ricostruire molti ambiti, dandogli una nuova vita, che non potrà prescindere dalla tecnologia e dalla rete, ed io di questo mi occupo. A tale proposito, mi ha fatto riflettere la notizia che Netflix, il colosso delle piattaforme di tv streaming, nell’ultimo trimestre, interpretato dagli esperti come la fine del periodo fortunato, per loro, ha rallentato quasi del tutto la crescita di nuovi abbonati rispetto al lockdown dello scorso 2020. Stessa tendenza, con qualche diversità specifica, per gli altri presenti nel comparto: Prime Video, Disney+, Apple Tv+, Hulu, HBO Max, Chili, DAZN, Peacock, per citare i più conosciuti, poiché l’offerta si sta frammentando considerevolmente, favorita dal grande sviluppo delle applicazioni informatiche e dalla connessione digitale. Uno degli aspetti più eclatanti, che si può notare anche senza essere attenti analisti dei fenomeni sociali e commerciali, di questa epoca di pandemia, è che quest’ultima abbia accelerato il processo di spostamento dell’attenzione delle Major cinematografiche dal cinema in presenza, alla visione casalinga. Una bella comodità per il pantofolaio incallito, che non vuole alzarsi dal divano e cuoce i pop corn nel microonde, ma un grosso problema per tutto l’indotto che ruota attorno alle sale di proiezione. Se è pur vero che in Italia e nel mondo occidentale, la multisala cinematografica è quasi sempre proprietà delle case di produzione, c’è da dire che le stesse, negli ultimi vent’anni avevano investito nella costruzione di mega strutture, quasi sempre in grandi centri commerciali, rischiando ora di veder incenerire considerevoli somme di danaro. Quello che ha segnato la chiusura delle piccole realtà indipendenti di quartiere, ora rischia di diventare un’arma a doppio taglio per le Major stesse, che sono obbligate a scendere a patti con le piattaforme. Questa nuova economia dell’intrattenimento digitale stimola nuove idee, che permettono di muoversi nel labirinto di offerte e cataloghi da sfogliare attentamente; infatti sono stati creati già siti che fungono da motore di ricerca, come JustWatch e c’è da pensare che presto arriveranno app dedicate, per sapere chi trasmette cosa e che ci consentiranno di creare la nostra personale libreria di televisione/cinema/intrattenimento/on-demand. I vari lockdown che si sono susseguiti hanno costruito-rafforzato un modello che favorisce la creazione di un palinsesto personalizzato direct-to-video, uscendo dalla logica radicata negli anni Novanta-Duemila, in cui i film che non venivano proiettati nelle sale, fossero prodotti di serie B, a basso budget, destinati ad aggiungere poi un ulteriore modesto incasso con le VHS prima e i DVD poi. Oggi invece i migliori professionisti, attori e registi, sembrano apprezzare le produzioni di Netflix o Amazon, pensate per la visione sulla televisione, o peggio, sugli smartphone e sui tablet, girate con budget che nulla hanno da invidiare a quelli del cinema tradizionale. Ma sarà questo davvero il futuro?

Streaming o cinema? Chi vincerà, la voglia di uscire o quella di stare a casa?

Pare che, grazie ai vaccini, la fine delle restrizioni alla vita sociale e agli scambi ravvicinati sia in arrivo in tutti i Paesi della parte ricca del mondo e i loro fortunati abitanti attendono di tornare il prima possibile alla vita precedente, anche per quanto riguarda i passatempi e la cultura. Mi incuriosirà vedere se ci sarà il ritorno in massa alle sale cinematografiche e ai teatri o constatare che staccarsi dai nostri salotti sarà difficile. Da questo dipenderà il futuro di molti comparti, poiché il cinema troverà comunque la possibilità di proiettare i suoi film. La situazione che più preoccupa è quella dei teatri e dei locali notturni, discoteche e sale da ballo che sono chiusi da “troppo tempo” e bisogna che presto tornino in funzione. Sono luoghi “sicuri, almeno quanto i supermercati e indubbiamente assistere ad una pièce teatrale da streaming NON è come vedere un film su Netflix. Spero, come mia natura suggerisce, che sia il Governo che gli addetti ai lavori trovino il modo di concertare misure di salvaguardia della salute pubblica, che garantiscano il rischio basso o nullo di contrarre il virus e il ritorno ad una normalità che tutti agogniamo da molto.

Giorgio Bagnasco

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Dal 1995 siamo al fianco di professionisti e imprese.
Negli anni IPSNet è diventato un marchio sinonimo di competenza e professionalità per assistere il cliente e orientarlo nel mondo della rete, sempre più difficile e ricco di opportunità, ma anche di insidie. Cloud Provider, soluzioni per le reti informatiche e la sicurezza dei dati nelle aziende sono, ad oggi, il nostro quotidiano impegno per centinaia di clienti che, da oltre 20 anni, ci affidano la propria informatizzazione digitale.

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Istituzioni e Big data intervista a Giorgio Bagnasco

Istituzioni e Big data intervista a Giorgio Bagnasco

3D Big data in modern city. Abstract social information sorting visualization. Human connections or urban financial structure analysis. Complex geospatial data. Visual information complexity

Ci ha pensato anche questa volta un soggetto privato a prevedere il tutto e a conferire al Big Data l’ennesimo ruolo istituzionale.

Da oltre 30 anni mi occupo di reti, sistemi e web. Ciò nonostante riesco ancora a sorprendermi di quanta poca consapevolezza abbiano molte persone in merito all’uso quotidiano dei dispositivi telematici e dell’ormai imprescindibile protesi, lo smartphone, che ognuno di noi si porta appresso in ogni istante della giornata. La maggior parte degli utenti ne subisce passivamente le sempre più strabilianti funzioni, le mirabolanti app e gli innovativi strumenti di utilità per la qualsivoglia esigenza, dalla ricerca del ristorante preferito, al miglior percorso da scegliere per raggiungere la destinazione voluta, alla statistica su quanti passi sono stati compiuti nel corso della giornata, con relativa cartografia su mappa, corredata di latitudine e longitudine di ogni punto del globo terracqueo attraversato. Reti sempre più veloci, immagini e video sempre più definiti, comodi ed efficaci servizi a supporto della vita quotidiana, oggettivamente utili ed estremamente intuitivi, semplicissimi da utilizzare e quasi sempre, a volte inspiegabilmente, gratuiti.  Aggiornare costantemente server e sistemi operativi complessi, progettare e sviluppare app e piattaforme web interattive, visualizzare mappe cartografiche in 3D o video ad altissima definizione, non è mestiere banale. Richiede alte competenze, organigrammi efficienti, decine e centinaia di programmatori che per tutta la loro carriera dovranno costantemente apprendere, crescere, adeguarsi a nuovi linguaggi e nuove tecnologie. Parliamo di investimenti enormi, sia in termini di risorse hardware/software, sia in termini di risorse umane. Già da tempo si è capito che gli introiti pubblicitari, da soli, non possono sostenere tali costi, generare utili e rappresentare l’unico obiettivo di questa enorme industria telematica.

C’è sicuramente altro. E questo “altro” siamo noi.

I nostri dati, quello che cerchiamo su internet, quali sono le pagine dei quotidiani che apriamo ogni giorno sul browser, quali luoghi abbiamo visitato nell’ultimo mese o anno, quali immagini o video guardiamo, da chi e perché sono pubblicati e quale orientamento ideologico, politico o culturale sostengono.  I colossi internazionali del Big Data fanno a gara tra di loro a suon di app e servizi gratuiti perché hanno bisogno di accaparrarsi il maggior numero possibile di generatori seriali di “swipe&click”, vale a dire un esercito di utenti, su scala planetaria, che passino il maggior tempo possibile con gli occhi puntati sul display del proprio personal computer, tablet o smartphone e non possano fare a meno di “scorrere&selezionare“. Dito indice su un mouse e pollice opponibile su uno smartphone sono gli strumenti attraverso i quali partecipiamo inconsapevoli ad un sondaggio di opinione globale, attivo ventiquattro ore su ventiquattro, in tutto il mondo, in tutte le lingue, su qualsivoglia tema della vita di ognuno di noi: orientamento religioso, ideologico, sessuale, politico, interessi personali in merito a sport, tempo libero, enogastronomia, turismo, arte, spettacolo, shopping.

Diamo un nome: potremmo chiamarlo Il Grande Sondaggio.

Ha avuto inizio con l’avvento dei primi motori di ricerca su Internet e durerà per sempre, senza bisogno di costose infrastrutture sociali tradizionali per conquistarsi partecipanti e relative adesioni, farraginosi sistemi di calcolo delle preferenze, tempi di attesa per i risultati. Il Grande Sondaggio si cela nelle APP che usiamo. Gli exit poll, per i famigerati Istituti di Rilevamento, sono un processo  automatico, continuo, semplice. Ogni utente cessa di esprimere preferenze ogni sera prima di andare a dormire, per riprenderle la mattina seguente con le prime azioni che tutti svolgiamo appena svegli: Whatsapp, Facebook, le prime pagine dei quotidiani on line…. Privacy? Il primo collegamento Internet in Italia risale al 1986. Amazon è stata fondata nel 1994, Google nel 1998, Facebook nel 2004. Il regolamento generale per la protezione dei dati, risposta europea al dilagare del fenomeno della raccolta dei dati e relativo monopolio USA (Apple, Google, Microsoft) è entrato in vigore nel maggio del 2016, con attuazione solo due anni più tardi, il 24 maggio del 2018. Lascio a chi legge le considerazioni del caso.

l pubblico, ormai, aveva già aderito entusiasta al Grande Sondaggio su larga scala, a suon di App, Google Maps, IPhone, Itunes, ICloud e chi più ne ha più ne metta. Quarto trimestre del 2019: 1,2 miliardi di automobili circolanti nel mondo a fronte di 5,9 miliardi di persone in possesso di uno smartphone. Informativa sui cookies? Abbiamo a cuore la tua privacy? 5,9 miliardi di click su “ACCETTA E CONTINUA”. Fine del problema. Mai e poi mai rinuncerò a Instagram o a scegliere un paio di scarpe su Zalando. Al diavolo i cookies che tracciano tutto ciò che faccio sul web. È ormai conclamato il cronico ritardo temporale delle istituzioni, nazionali o internazionali, di qualsivoglia schieramento, rapportate alla velocità di pensiero dei grandi colossi privati e alle capacità di questi ultimi di osservare gli eventi, comprenderne i cambiamenti e i possibili impatti sulla vita economica, sociale e personale degli individui, offrendo in tempi rapidi servizi efficienti per rispondere alle nuove esigenze di ogni essere umano. 

Istituzioni, privacy e Big Data: situazione attuale

Una battaglia persa dalle istituzioni su larga scala mondiale. Non mi addentrerò in teorie complottiste di cui il web è già saturo, e mi limiterò pertanto a sperare che la sconfitta del pubblico rispetto al privato, anche questa volta, sia avvenuta in buona fede e unicamente per manifesta e diffusa incapacità di competere con la velocità di pensiero e di azione di Google e soci. Un esempio recente? Italia, emergenza Covid-19. Comitati Tecnici Scientifici, Task Force con esperti nell’ordine di 450 unità, commissari straordinari, unità di crisi mattino pomeriggio e sera. DPCM notturni con validità dal mattino successivo che, in tema di diritto all’istruzione, bisogno primario sancito dalla nostra costituzione e per il quale ci si aspetta adeguata risposta dall’Istituzione preposta (MIUR), risolvono il tutto con un semplice acronimo: DAD, didattica a distanza. Indicazione che fa il paio con quella inviata ai medici di base, in piena emergenza sanitaria, sull’obbligatorietà di adottare i necessari DPI durante le visite ai pazienti, salvo poi non fornirglieli.  Ma se nel caso di una mascherina in stoffa con elastici, € 0,50 di costo, in tempi brevi in qualche modo qualcosa ci si inventa, per una piattaforma multimediale di didattica a distanza e relativi protocolli di sicurezza, condivisione dati, videoconferenza, archiviazione di lezioni, compiti, test di valutazione on line e relativi voti, formazione di presidi, docenti, insegnanti e studenti sul corretto utilizzo della medesima, il discorso è leggermente diverso, sia in termini di tempi che di costi. Non si hanno notizie di piattaforme efficienti per la DAD commissionate dal MIUR alla velocità della luce, come invece avvenuto per la tanto chiacchierata APP “IMMUNI”. Il Registro Elettronico, negli istituti in cui è utilizzato, è ancora privo di funzioni efficaci e multimediali per video lezioni e affini. Ma niente paura. Ci ha pensato anche questa volta un soggetto privato a prevedere il tutto e a conferire al Big Data l’ennesimo ruolo istituzionale, questa volta di insegnante per i nostri figli, videoregistrandoli durante le lezioni nella propria cameretta, archiviandone compiti in classe ed esercitazioni e osservando se e quando riusciranno a recuperare quel 4 in matematica o inglese. Nel maggio 2014 Google ha investito qualche decina di milioni di dollari per realizzare la piattaforma G-Suite for Education, poi diventata Classroom con l’add-on MEET per le video lezioni. Tu guarda a volte le coincidenze. Dimenticavo. È gratis. E la stanno usando i nostri figli, inclusi i miei, per la DAD citata nei vari DPCM. Ho ricevuto l’altro ieri dalle rispettive direzioni didattiche l’informativa sulla privacy per l’utilizzo di GOOGLE CLASSROOM. Per assicurarmi che i miei figli potessero continuare a frequentare la scuola pubblica italiana in tempo di Covid e di DPCM ho cliccato su ACCETTA e CONTINUA…

Virus 2020: il nuovo Trojan spaventa le aziende.

Virus 2020: il nuovo Trojan spaventa le aziende.

Al giorno d’oggi difendersi dagli attacchi informatici rappresenta sempre più una priorità per il proprio successo professionale. Infatti, veniamo informati costantemente di nuovi casi di aziende, le quali vengono messe sotto scacco da parte di azioni di gruppi hacker. L’ultima in ordine di tempo è il Trojan da accesso remoto soprannominato Agent Tesla. Nonostante sia stato individuato ben sei anni fa, secondo quanto emerso nel contesto di una ricerca pubblicata di recente si tratta del malware più diffuso nella prima metà del 2020. Agent Tesla ha infatti strappato questo poco ambito primato nel mondo del cybercrime a nomi temuti quali Emotet e TrickBot. Soprattutto grazie agli effetti provocati dalla pandemia, che hanno prodotto un aumento notevole di cybercrime, Agent Tesla è diventato sempre più una minaccia, poiché si è dimostrato in grado evolvere e riuscire a colpire un bacino più ampio di target grazie alle evoluzioni dovute alla diffusione improvvisa ed emergenziale di soluzioni di smart working, spesso improvvisate. Gli hacker responsabili della sua creazione si sono rivelati particolarmente abili nel riuscire a sfruttare il Covid-19 nell’ambito della cybersecurity, cogliendo occasioni prima non accessibili, proprio grazie a sistemi di difesa minori e alla potenzialità di colpire un numero sempre più elevato di persone.

Come funziona Agent Tesla?


Tra gli aspetti che si sono rivelati più problematici, vi sono certamente le campagne di phishing impiegate come supporto strategico nell’ottica di riuscire a diffondere il più possibile il malware, facendo leva sulle paure che hanno colto la maggior parte delle persone nel primo semestre del 2020 e la conseguente ricerca di informazioni puntuali. All’inizio gli hacker hanno utilizzato prevalentemente email con oggetto il virus responsabile della pandemia, mentre ora è il mondo aziendale a essere più nel mirino di questi malintenzionati informatici. Il modo per farsi strada in ambito corporate è attraverso l’invio di finti allegati e comunicazioni che appaiono in prima istanza legittime: le esche più utilizzate riguardano eventuali ultimi pagamenti ricevuti con allegati, che celavano un codice, con un formato di compressione poco popolare come .gz. Una volta aperta l’email, scaricato ed estratto l’allegato, la catena di infezione dell’Agent Tesla entra in azione e la persona diventa una delle vittime di questa campagna. La società completamente fittizia creata dagli hacker con sede in diversi paesi a seconda dell’obiettivo sembra autentica, motivo per cui questo attacco si è dimostrato più efficace del solito. Pur con leggere variazioni, gli esempi di phishing verificatisi a settembre 2020 con l’obiettivo di diffondere Agent Tesla nell’ambito delle aziende sono stati moltissimi, soprattutto nel nostro Paese.

Trovare una soluzione: l’ attenzione non basta


Quel che rende così pericoloso questo Trojan è proprio la sua ultima evoluzione, ovvero la capacità di infettare in maniera più diffusa e a sottrarre dettagli delle reti private, rubando al contempo credenziali di accesso. Agent Tesla si dimostra in grado di estrarre i dati di configurazione di VPN, browser e client di posta, riuscendo inoltre a carpire le credenziali dei log e dei registri e mandarle poi al server. Le implicazioni potenziali per coloro che dovessero avere la sfortuna di incappare nell’azione di questo Trojan sono davvero notevoli: se per un privato i problemi possono essere importanti, per un’azienda lo sono certamente ancora di più. Ecco dunque che capire Come difendersi in modo puntuale è davvero importante. Uno degli aspetti principali è la formazione costante, che porta alla consapevolezza del personale. Ognuno dei membri del proprio team, infatti, potrà farsi difensore in prima linea della sicurezza delle reti aziendali, evitando così un pericoloso scalare dei pericoli potenziali. Anche se il fattore umano rappresenta una prima, importante difesa, va notato che non sempre esso può risultare sufficiente a garantire un’azione protettiva valida ed efficace. La soluzione potrebbe dunque essere rappresentata dall’introduzione di un antispam che si riveli in grado di contrastare l’azione di questo intelligentissimo Trojan e di rappresentare la miglior difesa a servizio della sicurezza delle email aziendali. In tal senso, Libraesva è senza dubbio il prodotto più indicato: questo antispam, realizzato da un team di professionisti italiani, è quello che può vantare il minor numero di falsi positivi rispetto a tutte le versioni pubblicate dalla concorrenza. In virtù di queste caratteristiche Libraesva, così come l’azienda che lo produce, è riuscito ad affermarsi come uno dei più acclamati e riconosciuti fornitori di tecnologie avanzate per email security a livello mondiale, le cui soluzioni versatili e efficaci consentono ai professionisti che le adottano di migliorare i propri flussi lavorativi e operare in totale sicurezza.

Claudio Martini

Claudio Martini

Information Technology Project Manager

Systems Advisor, esperto in configurazione, gestione e manutenzione di reti, infrastrutture IT, server, firewall e soluzioni di ripristino di emergenza.

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Negli anni IPSNet è diventato un marchio sinonimo di competenza e professionalità per assistere il cliente e orientarlo nel mondo della rete, sempre più difficile e ricco di opportunità, ma anche di insidie. Cloud Provider, soluzioni per le reti informatiche e la sicurezza dei dati nelle aziende sono, ad oggi, il nostro quotidiano impegno per centinaia di clienti che, da oltre 20 anni, ci affidano la propria informatizzazione digitale.

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Come gestire al meglio la propria casella e-mail.

Come gestire al meglio la propria casella e-mail.

La posta elettronica aziendale: mai più caselle piene

La posta elettronica è un’ importante strumento di comunicazione a livello aziendale: facilita lo scambio di informazioni e contatti con clienti e fornitori, permette la gestione di impegni ed attività e risparmia tempo a mittente e destinatario rispetto a lunghe telefonate di lavoro. Ma quando gestita male questa può essere una fonte di stress e spreco di tempo; per questo motivo è utile essere in grado di utilizzare la casella di posta nella maniera più efficace.

Di seguito riportiamo alcuni punti su cui concentrarsi per avere una casella di posta più efficiente.

Archiviazione: processare e suddividere le mail in base allo stato di lettura o al topic permette di avere una casella di posta in arrivo sfoltita e di recuperare mail eventualmente già lette, e di cui abbiamo ancora bisogno, più facilmente.

Urgenza: essere in grado di classificare rapidamente i vari messaggi è estremamente utile per migliorare la propria produttività, evitando di sprecare tempo con comunicazioni meno importanti e rischiare di non avere tempo per quelle più urgenti.

Semplificazione: cancellarsi da newsletter, email pubblicitarie ed altri messaggi non inerenti ai tuoi interessi permette di ricevere solo email rilevanti che richiederanno la tua attenzione.

Client di posta professionale: utilizzare questo tipo di servizio garantisce un ottimo livello di usabilità e intuitività del sistema, oltre che sicurezza dei dati tramite servizi anti-spam e sistemi di crittografia.

Mailstore: un prodotto per aiutarti a gestire la posta

Un ulteriore strumento per utilizzare al meglio la posta elettronica è il software MailStore: crea una copia di tutte le email in un archivio centrale per garantire la sicurezza e la disponibilità dei dati. Gli utenti possono inoltre accedere alle loro email tramite Microsoft Outlook, MailStore Web Access o da dispositivi mobili, come smartphone e tablet, ed effettuare ricerche rapide in modo semplice. MailStore Server è adottata da oltre 30.000 società in 100 Paesi diversi, ciò significa che rappresenta la soluzione leader nel mondo per l’archiviazione, la gestione e la conformità legale delle email per le Piccole e Medie Imprese.

IPSNet offre l’installazione del Mail Store Server sulla vostra rete, la prima archiviazione di tutte le e-mail presenti sui dispositivi e la successiva configurazione per le archiviazioni automatiche successive oltre che il monitoraggio e la teleassistenza per il corretto funzionamento del prodotto.

I vantaggi:

  • Un prodotto che svuota la casella di posta copiando il tuo intero archivio e-mail aziendale direttamente dal mailserver.
  • Ricerca e-mail superavanzata: nel corpo, nell’ oggetto e nell’ allegato.
  • Facile da utilizzare dove vuoi, anche da mobile.
  • Condividi l’ archivio con i tuoi collaboratori.
Giorgio Bagnasco

Giorgio Bagnasco

Managed Services Specialist

Dottore in Matematica Informatica, originariamente sviluppatore di applicazioni Web, amministratore di database e project manager in una vasta gamma di applicazioni aziendali. Oggi specializzato in IT Management e System Integration, problem solving, progettazione e gestione di reti informatiche, ottimizzazione di sistemi informativi aziendali

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Caso studio MSP Ipsnet di un’ industria manifatturiera.

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Settore merceologico: Industria manifatturiera del comparto sicurezza

Dimensioni aziendali: 65 addetti

Il cliente, con complessa struttura IT, manifestava necessità di rinnovamento parco macchine per obsolescenza e lentezza di funzionamento.

Una errata scelta di piattaforma di virtualizzazione rendeva il lavoro quotidiano farraginoso e frustrante. Comprensibilmente vi era grande timore di affrontare una ristrutturazione globale, per i possibili impatti su tutti gli asset aziendali e un possibile blocco dell’operatività.

Soluzione: Progetto, fornitura e installazione di un nuovo sistema informatico, parallelo a quello esistente per non fermare il lavoro degli addetti e dell’azienda nemmeno per un’ora. Creazione di un sistema virtualizzato su base VMWare e architettura di rete di dominio Microsoft Windows. Migrazione di tutti i server, software, computer fissi, computer portatili, posta elettronica, calendari, appuntamenti. Disaster Recovery su cloud con test di ripristino. Monitoraggio H24 di tutti gli apparati.

Tempo di esecuzione: 5 week-end completi.

Tempo di fermo attività aziendale: ZERO.

Quali dei nostri servizi sono stati attivati per il cliente?

  • soluzioni informatiche 
  • supporto tecnico
  • consulenza
  • sicurezza informatica
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