VIAGGIO AL CENTRO DELLA SELVA

MEMORIALE ZAPATISTA


IN CHIAPAS, STATO DEL SUD EST E SPECCHIO DEL MESSICO,

LA PACE ERA UN PANE TRISTE E UNA MORTE PER MISERIA OGNI 35 MINUTI.

IL PRIMO GENNAIO DEL 1994

SCOPPIÒ NEL SUO TERRITORIO UN'INSURREZIONE A MAGGIORANZA INDIGENA.

TUTTI GUARDAMMO ALL 'AVVENIMENTO CON STUPORE, DUBBI, TIMORI E SPERANZE.

TORNAMMO A OSSERVARE IL VOLTO INDIGENO

DI UN MESSICO COMMOSSO DALL' INSURREZIONE.

QUESTO VIDEO È LA MEMORIA DELLE VICENDE

DELLA VITA DELL'EZLN E DEL LORO IMPATTO SUL MESSICO

DA QUEL l GENNAIO FINO AL 9 AGOSTO 1994,

QUANDO SI CHIUSE NELLA SELVA LACANDONA

LA CONVENZIONE NAZIONALE DEMOCRATICA


IL SENTIERO DELLE ARMI

1.1.1994

SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS

(sul giornale) Dichiarazione di guerra

(sul muro)Viva l'Esercito zapatista di Liberazione Nazionale

Rivoluzione o morte.

SUBCOMANDANTE MARCOS

È un movimento di insurrezione.

La nostra organizzazione è l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, la cui direzione è a maggioranza indigena, tzotzil, tzeltal, chol, tojolabal, zoque...

Noi pensiamo che siamo rimasti isolati tutto questo tempo perché, mentre in tutto il resto del mondo si succedevano ribellioni contro le dittature o supposte dittature, e ciò era visto come logico, in questo Paese cominciavano ad essere avanzate una serie di misure di tipo dittatoriale.

La popolazione indigena chiapaneca patisce 15.000 morti all'anno, tanti quanto nella guerra in Salvador, ogni anno, e per di più con i morti da una sola parte e con la grande vergogna che la maggior parte sono stati per dissenteria e malattie dell'apparato digerente.

La soluzione del problemi del nostro Paese passa necessariamente attraverso i problemi di libertà e di democrazia. Questa è la principale richiesta, in base alla quale, dicono i compagni, si potrebbero negoziare le altre: casa, terra, salute, educazione, giustizia, tutti problemi che tra la popolazione indigena sono gravi.

Ma alla domanda di libertà e democrazia è chiamata a rispondere tutta la Repubblica messicana, e tutti i settori sociali, perché si sollevino insieme a noi; non necessariamente con le armi: ognuno può scegliere il proprio ambito di impegno.

Non c'è nell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale una ideologia perfettamente definita, nel senso classico del marxismo-leninismo, del socialcomunismo, del castrismo, ecc. C'è piuttosto un punto comune di collegamento sul grandi problemi nazionali che per l'uno e l'altro settore coincidono sempre con la mancanza di libertà, con la mancanza di democrazia.

Il Comitato Direttivo, il Comitato Clandestino Rivoluzionario è concorde nel ritenere che quando si saranno realizzati gli obiettivi di questa occupazione verrà ordinata la ritirata.

Non è nostro intendimento restare nella città. Le cause che stanno all'origine di questo movimento sono giuste, sono reali. In qualsiasi caso, potranno obiettare sul metodo che è stato scelto, ma mai sulle cause.

(sul muro) Vogliamo una buona alimentazione

- Buon giorno !

- Voi, Voi! Come state?

- Stiamo bene, molto bene.

- Stavano sparando, un attimo fa, no?

- Sì, è molto triste, sì.

-...Siamo di PATIHUITZ , siamo CHAMULAS.

- E cosa è successo, un attimo fa?

- C'è stata un'esplosione, hanno tirato bombe sulla montagna.

GENERALE MIGUEL A. GODINEZ

Non si è perseguito nessuno. L'Esercito non è potuto uscire dalle caserme. E dopo, quando l'Esercito è uscito dalle caserme, è stato per andare a fare sloggiare le persone che stavano provocando disturbi, che stavano istigando la popolazione civile in alcune località del CHIAPAS.

Penso che siano gruppi di individui preparati alla violenza, ben addestrati e ben armati. Ciononostante, penso che il numero di persone che formano questo gruppo, con queste caratteristiche, sia piccolo. C'è un altro gruppo, che tali persone hanno tentato di addestrare, che e stato portato in luoghi lontani dai centri abitati o dentro alla selva per dargli un addestramento militare. Questo gruppo è più numeroso. E c'è poi un altro gruppo, che in realtà sono i simpatizzanti, gli abitanti delle località intorno alle quali si ritrovano queste persone e la cui maggioranza non possiede armi ma semplicemente simpatizza.

Contadino: Sono un po' in pena. L'Esercito ci sta prendendo di mira ma noi non siamo zapatisti.

Studente: Qui, dove stiamo vivendo il problema, qui abbiamo bisogno che l'Esercito venga, che sia presente, che faccia il proprio lavoro.

Donna: Come possiamo mangiare? I mariti non possono lavorare.

Contadino: Chi può non avere paura? Chi può andare laggiù, se gli toccano queste bombe? Chi vuole andare a morire?

(sul muro)Viva l'Esercito zapatista

MANUEL CAMACHO, DELEGATO DI PACE

O facciamo la pace, con più democrazia, e apriamo spazi di miglioramento alle comunità indigene, o il Chiapas non potrà raggiungere il consolidamento della sua modernizzazione economica e la sua tranquillità sociale.

CARLOS SALINAS DE GORTARI

Tenendo conto del sentimento e dell'opinione della Nazione e per le proprie convinzioni del presidente della Repubblica, sotto la mia totale responsabilità ho preso la decisione di sospendere qualsiasi iniziativa militare nello Stato del Chiapas.

Mercato: Non sa se tornerà alla sua comunità e tanto meno a casa sua.

RIGOBERTA MENCHU

Questo conflitto ha stabilito le basi comuni di un accordo e la sua soluzione ha trovato punti che sono nuovi e che in altri luoghi hanno impiegato 30 0 40 anni per realizzarli. Perciò dobbiamo distinguere tra questo conflitto e altri che abbiamo visto nella nostra giovane vita su questa terra.

MEXICO, D.F. ( comizio )

Al Governo Federale chiediamo che si riconosca il carattere di interlocutori validi ai messicani che rappresentino legittimamente l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.


COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO

(Marcos presenta: David, Ramona, Isac, Felipe, Marisela, Daniel)

DAVID - Abbiamo sentito alla radio, alla televisione, persino sui giornali, che 1a lotta che è cominciata non è degli indigeni. Altri dicono che siamo manipolati, che stiamo costringendo gli indigeni. Noi diciamo che questo non è vero, perché noi conosciamo bene la nostra lotta. Noi siamo indigeni, contadini, poveri, che da sempre vivono le ragioni che tutti sanno, la fame, la miseria, la mancanza di qualsiasi tipo di servizio in tutte le comunità. Queste sono le ragioni principali del nostro sollevamento armato. Qui in Chiapas e in tutto il Messico non si può davvero parlare di democrazia, ne di giustizia, perché tante ingiustizie si commettono, soprattutto sulla gente indigena, sui contadini.

FELIPE - Noi dobbiamo ancora pensare, perché anche se Camacho dice che si è trovata la soluzione noi ascoltiamo le notizie. Al principio Camacho era sicuro delle cose, ma ora la realtà è cambiata perché già da alcuni giorni le cose stanno mutando. Non pensiamo di cessare la lotta.

Giornalista - Siete disposti a consegnare le armi ?

FELIPE - No, finché non si risolvono le cose, finché esistono la fame, la miseria, le malattie e ogni tipo di ingiustizia, non ci impegneremo a consegnare le armi.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Marcos - Mi tratterai da comandante? (rivolto al Giornalista e ride) Per il Paese è un trionfo. L'Esercito Zapatista, o cresce e si fa più ampio, un movimento non solo armato, o rimarrà isolato.

Giornalista - Il futuro ?

Marcos- Per noi, a seconda dell'atteggiamento non tanto del Governo quanto della società civile, sarà morte o pace.

Giornalista - La guerra?

Marcos - Nell'immediato la questione è politica, non militare ma soprattutto politica.

Giornalista- L'amore?

Marcos - Ci hanno educato a quello che veniva chiamato l'amore per la Patria e cosi siamo cresciuti. E per noi l'amore per la Patria è questo ed e ciò che mettiamo sopra ogni cosa. Per la concezione di alcuni intellettuali questa coscienza di Patria o nazionale non è possibile per gli indigeni, ma il fatto è che non li conoscono, gli indigeni.

Giornalista - Gli indigeni ?

Marcos - Adesso è il massimo esempio di ciò che deve essere un messicano, non solo in Chiapas ma in qualsiasi parte del Messico. Essi sono adesso l'avanguardia di questo Paese, senza voler dare a ciò un significato politico; sono l'avanguardia umana. Perché fare ciò che stanno facendo, con tale dignità e tale democrazia tra di loro nell'assurdità di combattere in una guerra, è una lezione che questo Paese deve imparare se vuole continuare ad essere un Paese.

Giornalista - La morte ?

Marcos - Per noi è vita. In questa logica assurda della morte quotidiana che è persino normale in questa situazione; è vivere, è allegria. La morte nella comunità indigena chiapaneca è un fatto cosi quotidiano che a nessuno causa più dolore. I familiari fanno i conti di cosa è più caro: comprare una medicina o fare la cassa da morto, ma con una freddezza che ti lascia di ghiaccio.

Giornalista - La vittoria ?

Marcos - La vittoria. È così lontana. A volte pensiamo che toccherà a qualcun altro. A volte la pensiamo così: un frutto che raccoglierà qualcun altro.

Giornalista - Marcos?

Marcos - Marcos, come dicono, è un passamontagna.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Siamo stati dieci anni nella selva, dove non vengono neppure i contadini. È molto pericoloso, ci sono molte malattie, il clima è molto duro, bisogna lottare con la montagna per procurarsi da mangiare, conoscerla. Ciò che noi abbiamo fatto è stato parlare con la gente, fare lavoro politico.

I compagni dicono al contadini "Venite!" e loro vengono, ma essi i compagni portano già i loro quadri, quadri politici molto avanzati ed è una cosa che disturba parecchio i Comitati dei popoli indigeni. Loro non capiscono la politica, ragionano su cose più concrete. Ed è una cosa che dobbiamo riuscire ad imparare.

Un gruppo guerrigliero che era a maggioranza indigeno perché per un "non indigeno" la Selva Lacandona è quanto di peggio possa capitargli.

L'Esercito Zapatista nasce come un gruppo di autodifesa. Cioè, esiste un gruppo armato molto aggressivo e molto prepotente che sono le "guardie bianche" dei proprietari terrieri. Ci vogliono ammazzare, ci vogliono mandare via dalle nostre terre, e allora ci siamo preparati per poterci difendere.

Ora, è successo che la riforma dell'art. 27 ha annullato ogni possibilità legale di ottenere la terra, che era ciò che ci manteneva, in termini politico-militari, dentro la linea dell'autodifesa. Non era necessario attaccare per ottenere le terre, non era necessario invadere con la violenza, perché esistevano ancora canali legali, per guanto ritardati e burocratici. Ma la prospettiva della riforma dell'art. 27 chiude questa porta e subentra un processo di disperazione politica molto grave.

Quindi abbiamo cominciato la guerra il primo gennaio non per ammazzare, o per farci ammazzare, ma per farci ascoltare.

La conquista di San Cristóbal, di Las Margaritas, di Altamirano, di Ocosingo, l'avevamo pianificata fino a quale via, a quale casa, a quale ora ed è riuscita, non so come, ma è riuscita.

DAVID

Non siamo stati noi a pensare di parlare con Camacho, ma è stato lui a pensare di incontrarci, ma finché non saranno chiare le cose noi proseguiremo la nostra opposizione, il nostro lavoro, la nostra lotta.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Siamo molto scettici sul fatto che ci saranno risultati concreti, a causa di questo atteggiamento del Governo Federale di ridurre tutto a un ambito che tutti sanno che fu spazzato via il primo gennaio.

Le nostre posizioni riprendono la Dichiarazione della Selva Lacandona e dei comunicati che seguirono. Non c'è un cambiamento in questo senso. Prima dicevamo: "Che Salinas rinunci". Ora diciamo: "Che non rimanga altri 6 anni". Inoltre, ora si stanno puntualizzando altre richieste, più particolari, perché prima erano più generali.

Giornalista - Che cosa pensi del dialogo?

Guerrigliero - Ciò che stiamo chiedendo sono i dieci punti, ossia: casa, terra, pane, educazione, salute, libertà, democrazia, indipendenza e pace.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Noi pensiamo che in questa situazione dobbiamo una risposta non al Governo né a Camacho ma alla società civile; noi vogliamo parlare con la società civile, o con ciò che cosi viene chiamato.

Noi sappiamo che ciò che dice Camacho è "sì o no" a seconda di ciò che gli viene detto dall'alto. Noi crediamo di avere questo debito versa la Nazione, verso la patria (la nostra, non la loro) e che dobbiamo rispondere a questa domanda. Noi dobbiamo parlare con loro, perché se scatta un processo accelerato di scontro del tipo "sterminateli, perdonateli, parlate con loro per un mese" ciò non si deve al nostro successo militare, come abbiamo detto nel comunicato, né alla sapienza di Cordoba che consiglia a Salinas la necessità di negoziare, ma a qualcosa che accade nella società, la quale dice "No, non potete fare questo, bisogna cercare altre modalità di soluzione".

Dobbiamo una risposta non al Governo o a Camacho ma alla società civile.


QUANDO FINIRÀ LA TORMENTA

QUANDO LA PIOGGIA E IL FUOCO LASCERANNO

IN PACE UN'ALTRA VOLTA LA TERRA

IL MONDO NON SARA GIÀ PIÙ MONDO

MA QUALCOSA DI MIGLIORE.


CONVERSAZIONI NELLA CATTEDRALE

20 febbraio 1994

Quando siamo scesi dalle montagne cantando le nostre canzoni ai nostri morti e alla nostra storia, siamo venuti in questa città a cercare la Patria, la Patria che ci aveva dimenticati nell'ultimo angolo del Paese, l'angolo più solitario, il più povero, il più sporco, il peggiore.

Siamo venuti a chiedere alla Patria, alla nostra Patria, perché.

Vogliamo chiederle un'altra volta attraverso di voi (perché è necessario ammazzare e morire per parlare a voi) e attraverso di voi a tutti coloro che ascoltano, se è una cosa cosi terribile che le donne indigene vogliano vivere, vogliano studiare, chiedano ospedali, chiedano medicine, chiedano scuole, chiedano alimenti, chiedano rispetto, chiedano giustizia, chiedano dignità.

Che cosa succede in questo paese, e parliamo a tutti, ai governanti e ai governati, se è necessario ammazzare e morire per potere dire qualche piccola parola. Sono rimaste in silenzio le nostre armi che hanno dato la morte e si è riaperto il cammino perché la parola tornasse a regnare in un luogo dal quale mai avrebbe dovuto andarsene: la nostra terra.

Questo abbiamo trovato. Non abbiamo trovato denaro, né ricchezze, nessuno che ci ascoltasse, l'altra volta. Abbiamo trovato la città vuota. Abbiamo solo trovato questa bandiera.

Questa.

Sotto questa bandiera vive e conta parte del Paese, la cui esistenza è ignorata e disprezzata dai potenti. Morti e morti andavano sommandosi sotto il cielo di questa bandiera, senza che altri messicani si ribellassero: voi.

Noi vogliamo chiedervi se c'è un altro modo di vivere sotto questa bandiera, un modo di vivere con dignità e giustizia sotto questa bandiera.

Voi ci avete detto di sì. Ci avete parlato con parole di verità, ci avete parlato al cuore dicendo: "Date un'opportunità alla pace".

Noi abbiamo ricevuto il vostro messaggio e siamo venuti qui con spirito vero e onesto.

Portiamo i nostri cuori, non c'è una forza oscura nascosta dietro di noi, non veniamo qui a cercare altra cosa che non sia parlare e ascoltare, senza armi.

Non giocheremo con il sangue dei nostri, se è possibile che sia innalzata con dignità questa bandiera, la nostra bandiera, la vostra bandiera, senza che sia necessaria la morte per questo.

E se la parola non riesce a rompere il muro della superbia e dell'incomprensione e se la pace non è degna e reale, chi, chiediamo, chi ci negherà il sacro diritto di vivere e morire come uomini e donna degni e veri? Chi? Chi ci impedirà il destino un'altra volta di morte per far camminare la storia? Chi?

Abbiamo scelto questo cammino suicida, d'una professione il cui obiettivo è scomparire: soldati che sono soldati perché un giorno nessuno debba più essere soldato.

Che i morti di ieri e di domani, che i vivi di oggi e di sempre, quelli che tutti chiamano popolo e patria, i nullatenenti, gli sconfitti di sempre prima di domani, noi, i senza nome, i senza volto, possiamo coltivare il potente albero dell'amore, che è vento, che pulisce e risana, non è l'amore piccolo ed egoista, ma quello grande. Coltivare tra di noi l'albero dell'amore, l'albero del dovere; in questo campo riporre la vita intera, corpo e anima, respiro a speranza.

Siamo disposti a vedere se un'altra porta si apre, se è vera la seguiremo.

Così siamo venuti qui, con questo animo; e con questo animo abbiamo parlato al Governo, abbiamo esposto le nostre richieste di democrazia, libertà e giustizia.

MANUEL CAMACHO

Dopo aver fatto una prima valutazione delle proposte dell'EZLN, dopo aver dato una prima risposta generale, credo che l'uscita verso la pace in Chiapas ci sarà, così come una nuova risposta dello Stato, non solo per l'EZ, ma per tutta la società. L'uscita ci sarà, un nuovo cammino per le comunità indigene di tutto il Paese, e la soluzione sarà un impegno con la democrazia in Messico.


MEXICO, D.F. - 3 marzo 1994

COMIZIO - Esigiamo il riconoscimento costituzionale e il diritto all'autonomia e all'autodeterminazione del popoli indigeni.

VECCHIO - Viva il subcomandante Marcos! Mi sentivo morto a dal primo gennaio sono resuscitato!


ZAPATA VIVE

VOCE FUORI CAMPO - 10 aprile 1994

Dalla prima ora di questa lunga notte nella quale morimmo, dicono i nostri più lontani avi, ci fu chi raccolse il nostro dolore e il nostro oblio.

Ci fu un uomo che, camminando su parole venendo da lontano, alla nostra montagna arrivò, e parlò con la lingua di uomini e donne veri.

Era o non era di questa terra il suo passo?

Nella bocca del nostri morti, nella voce del saggi anziani, camminò la sua parola leggera fino al nostro cuore.

Chi fu e chi è, fratelli, che essendo a non essendo seme della nostra terra alla montagna giunse, morendo per vivere di nuovo?

Fratelli, visse morendo il cuore proprio e altrui, quando costruì la sua casa nella montagna dalla notturna volta. Fu ed è il suo nome nelle cose nominate, si ferma e cammina nel nostro dolore la sua tenera parola.

È e non è in queste terre, Votan (parola indigena), Zapata, guardiano e cuore del popolo.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Nella riunione che celebriamo oggi, 75 anniversario dell'uccisione del Generale Zapata, hanno spiegato i compagni che il Generale Zapata fu assassinato a tradimento dal Governo usurpatore, per cui bisogna tenere in considerazione che non si deve avere per nulla fiducia nel Governo.

Hanno anche spiegato i compagni da dove noi nasciamo, perché prendiamo il nome da Emiliano Zapata, perché la lotta per la terra continua ad essere la più importante per i contadini di questo Paese, indigeni e non indigeni. Abbiamo seguito tutte le strade legali e pacifiche e abbiamo fallito. È giunto quindi il momento di impugnare le armi ed esigere ciò che ci appartiene: la terra!

Oggi, anche a Città del Messico, in questi istanti si sta svolgendo una marcia di varie organizzazioni armate, scusate, sorelle (magari fossero armate, non lo sono), sorelle [gioco di parole fra armadas e hermanas] che intendono formare un organismo più grande che faccia avanzare le richieste che sono anche quelle del nostro Esercito Zapatista e cioè libertà, democrazia e giustizia.

VECCHIO - Zapata vive! La lotta continua!

SUBCOMANDANTE MARCOS

Il Comitato clandestino Rivoluzionarlo Indigeno ha inviato il seguente messaggio ai fratelli che stanno manifestando nel Zocalo di Città del Messico e che di fronte al Palazzo Nazionale ascoltano queste parole: 100 giorni, 10 anni.

Chi prenderà ora, insieme alle mani di questi fratelli, uomini e donne che oggi non possono stare qui con voi, la bandiera che il loro sangue strappò dalle mani dei potenti?

Chi aggiungerà i propri passi al loro degno camminare? Chi con loro? Noi!

Non possiamo essere con voi in questo giorno, i nostri passi seguono nella notte la montagna, continuiamo a nascondere il nostro volto e la nostra parola è lontana.

Prendetela un attimo nella mano, messicani, concedeteci un momento e lasciate che nella vostra bocca parlino le nostre parole.

In questo stesso istante, nelle montagne del Sud Est messicano, migliaia di uomini e donne col volto coperto, senza nome né passato, rinnovano nei loro petti le grida dell'inizio dell'anno.

È allegro il cuore, perché nei vostri passi Emiliano Zapata è tornato al Zocalo di Città del Messico.

Noi, piccoli e dimenticati, solleviamo l'immagine di Zapata nell'altro cuore della Patria, quello delle montagne del Sud Est messicano.

Fratelli messicani, che il nostro grido sia il vostro!

Viva Emiliano Zapata!

Muoia il supremo Governo!

Libertà! Giustizia! Democrazia!

Dalle montagne del Sud Est messicano

Comitato Clandestino Rivoluzionarlo Indigeno - Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Messico, 10 aprile 1994


FAI USCIRE LENTAMENTE QUESTO AMORE

PERCHÉ GLI DUOLE IL RESPIRARE

SCUOTILO UN POCO

PERCHÉ SI SVEGLI

LAVALO CON ATTENZIONE


LA CAROVANA DELLE CAROVANE

SUBCOMANDANTE MARCOS

In seguito alla nostra chiamata alla cosiddetta società civile si è lasciato che venisse un'invasione, (anche se) civile, per dimostrare coi fatti, che c'è qualcosa. Questo qualcosa che noi vi abbiamo dato. Nonostante ci avessero detto che non stavamo più apparendo sui giornali, nonostante ci avessero accusati del furto della Patria, questa Patria oggi ci da da mangiare ... incomprensibile ...

Cosa facciamo? Perché non ci sediamo e discutiamo su quel che dobbiamo fare? O su quello che speriamo di fare, gli uni e gli altri?

Questa è l'idea della Convenzione.

Ci sediamo, i civili che vogliono una cosa e i militari che vogliono la stessa cosa e ci mettiamo d'accordo, invece di stare seduti, gli uni e gli altri, ad aspettare di vedere che cosa succederà. Uno aspettando che le armi dell'altro ottengano ciò di cui ha bisogno, e l'altro aspettando che la mobilitazione dell'altro ottenga ciò che le armi non conseguono.

CIVILE

Le nostre aspirazioni, la nostra voce, il pensiero nostro e di tutti i messicani si vedono espressi nella seconda Dichiarazione della Selva Lacandona dopo la realizzazione della Consulta Democratica realizzata in territorio zapatista, l'EZLN ha deciso di rifiutare la firma dell'accordo proposto dal Governo e ha convocato il popolo messicano a un dialogo nazionale sul tema centrale di democrazia, libertà e giustizia per tutti i messicani.


UNA BARCA NELLA SELVA

Luglio/Agosto 1994

Giornalista - Senti Marcos, non è una pazzia tutto questo?

Marcos - Non è assurdo. Ma deve essere chiaro che tutto lo sforzo che potevamo rivolgere alla guerra lo abbiamo dedicato alla pace. Il denaro che avremmo potuto utilizzare per acquistare armi lo stiamo spendendo per questa cosa. Invece di scavare trincee e bunker, stiamo costruendo un teatro.

COMANDANTE TACHO

Questa case conoscono ogni segreto.

Questa è la prima casa dove ci riunivamo quando ancora la nostra organizzazione era clandestina. Sento che questa casa è il centro, il cuore di tutto questo terreno, di tutte queste costruzioni.

Noi mai ci saremmo sognati questa Convenzione.

Guarda, questo è il percorso da cui entreranno tutti i civili. In questa stanza ci sono 2, 4, 6, 8, 10, 12, sono 14 punti cucina. Ci saranno 28 fuochi. Un fuoco qui e l'altro qui. Questo sarà per i promotori sanitari e di quelli che insegneranno loro come si fa promozione. Ci sarà un logotipo che dirà "Promotori di salute, Cultura maya". Questo è il palco dove si svolgerà la Convenzione, dove siederà la Direzione della Convenzione.


P.S.:

DICENDO ADDIO ALLA NAVE CHE

SI ALLONTANA

TORNA LA NOTTE

CON SOLLIEVO CI STRAPPIAMO

DAL VOLTO IL BAVAGLIO,

SIAMO DI NUOVO NOI


Voce ... - Sta per entrare l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Marcos - Bene, buona sera e ben saliti a bordo!

Tacho - L'Esercito zapatista di Liberazione Nazionale rappresenta anche i civili.

Il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e la Direzione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale indirizza il suo saluto a tutti voi, invitati alla Convenzione Nazionale Democratica.

Passo corto!

Carabina alla spalla!

Presentare le armi!

Questi compagni che vedete ora sono la base di appoggio dei popoli in lotta. Sono questi compagni, queste compagne che vedete qui l'EZLN. Furono e continuano ad essere la nostra Base d'appoggio. Rappresentano ora tutto il popolo in lotta.

Sono i rappresentanti civili. Sono uguali a voi.

Questi che vedete ora sono i promotori di salute. Sono i rappresentanti delle basi di appoggio. E sono promotori dell'EZLN.

Tutti questi che vedete, questi compagni a compagne, sono parte delle basi di appoggio dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Questi compagni e compagne, questi bambini e bambine, hanno mantenuto nella clandestinità i segreti più profondi della storia del Messico.

Questi compagni e compagne, tutti, sono una parte fondamentale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, tutti quelli che state vedendo, questi compagni, compagne, bambini, sono stati quelli che hanno davvero consentito all'Esercito Zapatista di svilupparsi e uscire dalla Selva Lacandona.

EZLN! EZLN!

Fino alla vittoria!

COMANDANTE TACHO

Fratelli della Convenzione Nazionale Democratica, a nome del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno - Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, vogliamo darvi il benvenuto a questo luogo, che ora si chiama Aguascalientes.

Vogliamo che sappiate che ci fa molto piacere avervi qui con noi.

Sappiamo che avete sofferto molto per venire fin qui, ma non vi siete comunque scoraggiati e siete riusciti a giungere fin qua, in questo luogo che noi dall'Esercito Zapatista abbiamo preparato con molto affetto per voi.

Noi vogliamo dirvi che siamo qui, sollevati in armi; questo è territorio zapatista, che significa territorio ribelle contro il malgoverno.

Ma noi non siamo ribelli contro il popolo messicano, noi siamo ben disposti ad obbedire a ciò che il popolo messicano dirà.

A nome dell'EZLN vogliamo consegnare ufficialmente Aguascalientes alla Convenzione Nazionale Democratica, alle 8 e 20, ora sud orientale.

Mentre vi organizzate per gestire Aguascalientes noi vi seguiamo con cura, dopo che vi sarete bene organizzati, la cosa continui tra di voi.

Ma vi chiediamo di non introdurre alcolici o droghe, perché questo si non ci trova d'accordo.

E allora questa è la vostra Aguascalientes, la vostra casa, la casa della Convenzione Nazionale Democratica.

Grazie.

SUBCOMANDANTE MARCOS

Ci rivolgiamo agli uomini, donne, bambini e anziani che in questo momento nei campi e nelle città del Messico pregano, chiedono, supplicano, fanno scongiuri, desiderano, anelano che questa prima sessione della Convenzione Nazionale Democratica vada bene. Se qui siamo molti là fuori sono molti di più.

Il nostro Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale chiede di rendere onore alla nostra bandiera e a questa Convenzione Nazionale Democratica. Voglio chiedere il vostro permesso perché le truppe zapatiste incaricate della nostra sicurezza vi presentino il saluto zapatista. La punta del fucili zapatisti porta una cintura bianca; significa la vocazione che anima la loro marcia, significa che non sono armi per affrontare la società civile, significa per tutti, qui, un paradosso: armi che aspirano ad essere inutili.

Presidenza della Convenzione Nazionale Democratica, delegati, invitati e osservatori.

Fratelli!

Tramite 1a mia voce parla la voce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Aguascalientes, Chiapas, una caserma, un bunker, una fabbrica di armi, un centro di addestramento militare, un negozio di esplosivi.

Aguascalientes, Chiapas, l'Arca di Noè, la Torre di Babele, la barca selvaggia dl Fitzcarraldo, il delirio del neozapatismo, la nave pirata. Il paradosso anacronistico, 1a tenera pazzia dei senza volto, dello sproposito di un movimento civile in dialogo con un movimento armato.

Aguascalientes, Chiapas, la speranza in scalinate a gradoni, la speranza delle palme che presidiano le scale per meglio dare l'assalto al cielo, la speranza della lumaca di mare che dalla selva chiama attraverso l'aria; la speranza di quelli che non sono venuti, però sono presenti; la speranza che i fiori che in altre terre muoiono in questa vivano.

28 giorni di lavoro, 14 ore al giorno, 600 uomini e donne all'ora, 235.200 uomini/ora di lavoro in tutto, 9.800 giorni di lavoro, 28 anni di lavoro, 60 milioni di vecchi pesos, una biblioteca, un tavolo di presidenza con l'aspetto di un ponte di transatlantico, panche e sedie per 8.000 partecipanti, 20 case per ospitalità, 14 punti fuoco per cucinare, parcheggio per 100 veicoli e area per attentati.

Aguascalientes, Chiapas, sforzo comune di civili e militari, sforzo comune per un cambiamento, sforzo pacifico di uomini armati.

E prima di Aguascalientes hanno detto che era una pazzia, che nessuno che avesse varcato i1 limite segnato dal fucile e dal passamontagna poteva avere successo nel convocare una riunione civile in una vigilia elettorale.

E prima di Aguascalientes nessuna persona sensata avrebbe risposto al richiamo di un gruppo ribelle, proscritto dalla legge, del quale poco a niente si sa: la luce che illuminò gennaio, il linguaggio ossessivo che tentava di recuperare vecchie e consunte parole (democrazia, libertà, giustizia), i volti nascosti, il cammino notturno, la montagna vista come speranza, il sordo sguardo indigeno che da secoli ci osserva nel nostro precipitoso tentativo di modernizzazione, il rifiuto insistente dell'elemosina per esigere l'apparentemente assurdo "per tutti, tutto, niente per noi".

E prima di Aguascalientes hanno detto che c'era poco tempo, che nessuno si sarebbe arrischiato a imbarcarsi in un progetto che come la Torre di Babele annunciava il propria fallimento dal luogo e dal momento stesso in cui era convocato.

E prima di Aguascalientes hanno detto che la paura, il dolce terrore che alimenta fin dalla nascita la buona gente di questo Paese, avrebbe finito per imporsi; che l'evidenza della comodità del non far niente, del sedersi ad aspettare, a osservare, ad applaudire o a fischiare gli attori di questa commedia amara che chiamano Patria, avrebbe regnato insieme ad un'altra evidenza nel rinomato nome del popolo del Messico, la società civile.

E prima di Aguascalientes hanno detto che le insuperabili differenze che ci frammentano e ci contrappongono gli uni agli altri avrebbero impedito di giungere ad un qualsiasi accordo, che l'onnipotente partito di Stato e le ovvietà che crescono intorno ad esso avrebbero acquistato potere (il presidenzialisrno, il sacrificio della libertà e della democrazia in cambio della stabilità economica, la frode e la corruzione come idiosincrasia nazionale, la giustizia prostituita in elemosina, la mancanza di speranza e il conformismo elevati a status di dottrina della sicurezza nazionale).

E prima di Aguascalientes hanno detto che non ci sarebbero stati problemi; che la convocazione di una Convenzione da parte di un gruppo di trasgressori della legge e di una massa informe, disorganizzata e frammentata del microcosmo familiare, la cosiddetta società civile, non avrebbe avuto eco né causa comune; che la dispersione riunita può solo provocare una dispersione moltiplicata fino all'immobilità.

E prima di Aguascalientes hanno detto che non ci si doveva opporre alla celebrazione di una Convenzione Nazionale Democratica, che sarebbe abortita da sola, che non valeva la pena sabotarla apertamente, che era meglio lasciare che degenerasse al suo interno, che si sarebbe visto in Messico e nel mondo che tutto il disaccordo sarebbe stato incapace di mettersi d'accordo al suo interno e che pertanto era incapace di offrire al Paese un progetto di Nazione migliore di quello che la rivoluzione istituzionalizzata e stabilizzata regalava a tutti i messicani insieme all'orgoglio di avere già 24 eroi della patria internazionale del denaro.

Questo scommettono, questo. Perciò hanno permesso di convocare la Convenzione, per questo non vi hanno impedito di arrivare fin qui. Il prevedibile insuccesso della Convenzione Nazionale Democratica, dicono, non deve essere attribuito al potente. Che sia evidente che il debole è tale perché è incapace di smettere di esserlo. È debole perché lo merita. È debole perché lo desidera.

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che sì, che era una pazzia, che dagli orizzonti aperti da fucili e passamontagna sì, si poteva convocare una riunione nazionale in una vigilia elettorale e aver successo. Volete uno specchio?

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che la sensatezza si è seduta da anni a lamentarsi negli angoli dolenti della Storia, che la prudenza permette oggi il ripetuto picchiettare del non far niente, dell'aspettare, del non sperare più, che la insensata e tenera furia del "per tutti tutto, niente per noi" sarebbe stato compreso dagli altri, da noi che ci camuffiamo, da noi e da voi.

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che di tempo ce n'era d'avanzo, che quel che mancava era la vergogna per la paura di provare ad essere migliori, che il problema della Torre di Babele non stava nel progetto, ma nella mancanza di un buon sistema di traduzione in Messico. Il fallimento stava nel non tentare nulla, nel sedersi a guardare come si alzava la torre, come si fermava e come crollava, nel sedersi ad aspettare, a vedere come la Storia avrebbe raccontato non della Torre bensì di quelli che si erano seduti ad aspettare che crollasse.

E prima di Aguascalientes abbiamo detto che la paura, che è il seduttore-terrore che suscitano le guardie del potere che ci ha alimentato dalla nascita, può e deve essere messo da parte. Non dimenticato, non guardato dall'alto in basso, solo messo da parte. Che la paura di rimanere spettatori sia maggiore della paura di cercare una soluzione comune, qualcosa che possa trasformare questa commedia in Storia.

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che le differenze che ci frammentano e contrappongono gli uni agli altri non ci impediranno di giungere ad un punto comune; il sistema delle ovvietà che castrano, le evidenze che opprimono, i luoghi comuni che uccidono, il sistema dei partiti di Stato e l'assurdo che sta in esso, acquistano valore e istituzionalizzazione. La dittatura ereditaria vuole mettere in un angolo la lotta per la democrazia, la libertà e la giustizia nel luogo dell'impossibile, dell'utopia. La burla elettorale elevata a immagine dell'alchimia numerica, a status di monumento nazionale, la miseria e l'ignoranza come vocazione storica dei diseredati, la democrazia lavata con detergente d'importazione e acqua di idranti antisommossa.

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che non ci sarebbero stati problemi: che la convocazione di un dialogo tra i senza volto armati e la società civile avrebbe trovato una causa comune. Che la dispersione riunita e dialogante può ben provocare un movimento che volti finalmente questa pagina di vergogna nella storia messicana.

E prima di Aguascalientes noi abbiamo detto che non ci si doveva opporre alla convocazione della Convenzione Nazionale Democratica, che sarebbe stato proprio questo, né più né meno di una celebrazione. Celebrazione della paura interrotta, del primo, titubante passo, della possibilità di offrire alla Nazione un "Ora basta!" che non avesse solo una voce indigena e contadina, un "Ora basta!" che si sommi, che si moltiplichi, che si riproduca, che trionfi, che possa essere la celebrazione di una scoperta. Non la celebrazione di una sconfitta, ma il pensare alla possibilità di una vittoria dalla nostra parte.

Per questo la volontà anonima e collettiva che ha per volto solo una piccola stella rossa a cinque punte, simbolo di umanità e di lotta, e per nome quattro lettere, simbolo della ribellione, ha innalzato in questo luogo dimenticato dalla Storia, dagli studi governativi, dai trattati internazionali, dalle mappe e rotte del denaro, questa costruzione che abbiamo chiamato Aguascalientes, in memoria dei tentativi precedenti di unire la speranza.

Per questo migliaia di uomini e donne con il viso mascherato, indigeni nella loro immensa maggioranza, hanno alzato questa torre, la torre della speranza. Perciò lasciamo da un lato per un po' i nostri fucili, il rancore e il dolore per i nostri morti, la nostra convinzione guerriera, i nostri passi armati.

Perciò abbiamo costruito questo luogo: per una riunione che, se avrà successo, sarà il primo passo per porci come alternativa.

Per questo abbiamo costruito Aguascalientes come sede di una riunione che, se fallisse, ci obbligherà di nuovo a portare avanti con il fuoco il diritto di tutti a un posto nella Storia.

Per questo vi abbiamo invitato, e ci fa piacere che siate arrivati fin qua, per questo speriamo che la maturità e la sapienza portino a capire che il nemico principale, il più potente e il più terribile non è seduto qui tra di voi.

Per questo ci rivolgiamo con tutto il rispetto a questa Convenzione Nazionale Democratica per chiedere a nome di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini e gli anziani, di tutti i vivi e i morti dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, che non diate ragione a chi ha previsto il fallimento di questa riunione, che cerchiate, che troviate ciò che vi unisce, che parliate parole vere, che non dimentichiate le differenze che vi separano e che più spesso di quanto sarebbe auspicabile vi oppongono gli uni agli altri, che le mettiate da parte un momento, qualche giorno, qualche ora, i minuti sufficienti per scoprire qual è il nemico comune.

Questo vi chiediamo con rispetto; non che tradiate i vostri ideali, i vostri principi, la vostra storia, non che si tradisca né si neghi, vi chiediamo rispettosamente che affermiate i vostri ideali, la vostra storia, che siate conseguenti, che uniate le vostre forze per dire "Ora basta" alla menzogna che oggi governa la nostra Storia.

L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale partecipa a questa Convenzione Nazionale Democratica con 20 delegati con un voto ciascuno. Vogliamo cosi chiarire due cose: la prima è il nostro impegno nei confronti della Convenzione Nazionale Democratica; la seconda è che non vogliamo imporre il nostro punto di vista. Rifiutiamo anche qualsiasi possibilità di partecipare alla presidenza di questa Convenzione Nazionale Democratica. Questa è la Convenzione della ricerca pacifica del cambiamento e non può in alcun modo essere presieduta da gente armata.

Ringraziamo per avere un posto, uno in più fra tutti voi.

Vogliamo dire, se qualcuno avesse del dubbi, che non ci pentiamo di esserci sollevati in armi contro il supremo Governo, che ribadiamo che non ci hanno lasciato altra scelta, che non rinneghiamo il nostro passaggio alle armi né il nostro volto mascherato, che non lamentiamo i nostri morti, che siamo orgogliosi di loro e siamo disposti a versare altro sangue e altri morti, se è questo il prezzo per conseguire il cambiamento democratico in Messico.

Vogliamo dire che ci lasciano indifferenti le accuse di essere i sacerdoti del martirio, di essere guerrafondai, che non ci attraggono i canti di sirene e angeli per farci entrare in un mondo che ci guarda con disprezzo e sfiducia, che disprezza il valore del nostro sangue e che offre fama in cambio di dignità.

Non ci interessa vivere come si vive oggi.

Molti ci hanno chiesto, con la perversione inquisitoria di chi vuole confermare le proprie convinzioni, che cosa pretendono gli zapatisti da questa Convenzione Nazionale Democratica. Che cosa sperano gli zapatisti da questa Convenzione?, si chiedono.

Un braccio civile, rispondono alcuni.

Le otto colonne sulla stampa nazionale e internazionale, rispondono altri.

Una nuova giustificazione per la loro fame di guerra, dicono alcuni

Un avvallo civile alla guerra, azzardano da un'altra parte.

La piattaforma di resurrezione per qualche dimenticato dal sistema, temono in qualche partito ufficiale, mentre stabiliscono il prezzo delle teste degli zapatisti.

Uno spazio per disputare la leadership di una sinistra senza leader apparente, mormorano all'opposizione.

L'avallo ad una abdicazione, sentenziano gli ambienti della cospirazione, dalla quale può uscire forse la pallottola che vuole zittirci.

La piattaforma con la quale Marcos negozierà un posto nella prossima amministrazione della modernità, si deduce su qualche brillante colonna di qualche giornalista brillante e di opachi intrighi politici.

Oggi, di fronte a questa Convenzione Nazionale Democratica, l'Esercito zapatista di Liberazione Nazionale risponde alla domanda: che cosa si aspettano gli zapatisti dalla Convenzione Nazionale Democratica?

Non un braccio civile che allunghi le sinistre braccia della guerra a tutti gli angoli della Nazione.

Non la promozione giornalistica che riduce la lotta per la dignità a una nota sporadica di prima pagina.

Non altri argomenti che adornino il nostro profilo di fuoco e morte.

Non una serie di calcoli di politici di gruppi e sottogruppi del potere.

Non il dubbio onore di essere avanguardia storica delle molteplici avanguardie di cui soffriamo.

Non il pretesto per tradire ideali e morti che portiamo con orgoglio e come eredità.

Non un trampolino per ottenere una scrivania in un ufficio, in un governo, in un paese improbabile.

Non la autoconferita rappresentatività della Nazione.

Non la designazione di un Governo ad interim.

Non la redazione di una nuova Costituzione.

Non la formazione di una Costituente.

Non l'avallo a un candidato a Presidente di una Repubblica del dolore e del conformismo.

Non la guerra.

Sì l'inizio di una costruzione più grande di quella di Aguascalientes.

Sì la costruzione di una pace con giustizia e dignità.

Sì l'inizio di uno sforzo maggiore di quello che è sfociato in Aguascalientes, lo sforzo per un cambiamento democratico che includa la libertà e la giustizia per la maggioranza dimenticata.

Sì l'inizio della fine di un lungo incubo, che grottescamente si chiama Storia del Messico.

Sì un momento per dire a tutti, a tutti, che non vogliamo né possiamo occupare il posto che alcuni sperano che prendiamo, il posto di chi invade tutte le opinioni, tutte le strade, tutte le risposte, tutte le verità. Non lo faremo.

Ci aspettiamo dalla Convenzione Nazionale Democratica l'opportunità di cercare e di trovare qualcuno a cui consegnare questa bandiera. Questa bandiera è quella dimenticata nei palazzi del potere, la bandiera che abbiamo strappato col nostro sangue, col nostro sangue, dalla penosa oppressione del musei, la bandiera che abbiamo custodito notte e giorno, che ci ha accompagnato nella guerra e che vogliamo avere nella pace. La bandiera che ora consegneremo a questa Convenzione Nazionale Democratica. Non perché la tenga e ne privi il resto della Nazione, non perché soppianti probabili protagonismi armati con comprovati protagonismi civili, non per arrogarsi rappresentatività o messianismo, sì per lottare perché tutti i messicani la facciano di nuovo propria, perché torni ad essere la bandiera nazionale, la vostra bandiera.

(Viva Messico! Messico! Messico!)

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica la organizzazione pacifica e legale di una lotta, la lotta per la democrazia, la libertà e la giustizia, la lotta che noi ci siamo visti obbligati a cominciare armati e con il volto celato.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica una parola vera, una parola di pace, ma non la parola di abdicazione nella lotta democratica, non la parola di rinuncia alla lotta per la libertà. La parola di pace, ma non le parole della complicità pacifista con l'ingiustizia.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica la capacità di capire che il diritto a chiamarsi rappresentativa dei sentimenti della Nazione non è una risoluzione che si approvi per votazione a consenso, bensì qualcosa che deve ancora essere conquistato nel quartieri, nei campi, nelle colonie, nelle comunità indigene, nelle scuole e università, nelle fabbriche, nella stampa, nel laboratori di ricerca scientifica, nel centri culturali e artistici, in ogni angolo di questo Paese.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica 1a lucidità per rendersi conto che questo è solo un passo, il primo di molti che bisognerà fare, persino in condizioni più avverse della presente.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica il coraggio di assumere il colore della speranza che vediamo in molti messicani, compresi noi, di dimostrarci che i migliori uomini e donne di questo paese danno i propri mezzi e forze per la trasformazione, che è l'unica possibilità, l'unica possibilità, di sopravvivenza di questo popolo, la trasformazione versa la democrazia, la libertà e la giustizia.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica la maturità di non fare di questo spazio un regolamento di conti interno, sterile e castrante.

Ci aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica, infine, un richiamo collettivo a lottare per ciò che ci appartiene, per ciò che è la ragione e il diritto della gente buona, unicamente per un nostro posta nella Storia.

Non è il nostro tempo, non è l'ora delle armi. Ci mettiamo da una parte (ma non ce ne andiamo).

Aspetteremo fino a quando non si apra l'orizzonte a fino a quando non saremo necessari, fino a quando non saremo possibili.

Noi, i morti di sempre, quelli che devono di nuovo morire per vivere, aspettiamo da questa Convenzione Nazionale Democratica un'opportunità, l'opportunità che ci negarono quelli che malgovernano questo Passe, l'opportunità di tornare a casa con dignità dopo aver compiuto il nostro dovere nello stare sotto terra, l'opportunità di tornare un'altra volta al silenzio in cui abbiamo taciuto, alla notte da cui siamo usciti, alla morte che abbiamo abitato. L'opportunità di scomparire, nella stessa forma in cui siamo apparsi, senza volto, senza futuro. L'opportunità di tornare al fondo della storia, del sogno, della montagna.

È stato detto erroneamente che gli zapatisti hanno posta un termine per ricominciare 1a guerra, che se il 21 agosto le cose non saranno come gli zapatisti vogliono, la guerra ricomincerà.

Mentono!

Al popolo messicano nessuno, nessuno, neppure l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha il diritto di stabilire termini e ultimatum!

Per l'EZLN non ci sono altri termini che quelli che la mobilitazione civile e pacifica deciderà, e a quelli ci subordineremo, fino a scomparire come alternativa.

Non verrà da noi la ripresa della guerra, non ci sono ultimatum zapatisti alla società civile!

Aspetteremo, resisteremo: siamo esperti in questo.

Lottate senza riposo, lottate e sconfiggete il Governo, lottate e sconfiggete la guerra, lottate e sconfiggeteci. Mai sarà stata tanto dolce la sconfitta come se la transizione pacifica alla democrazia, alla libertà e alla giustizia risultasse vincitrice.

Il Comitato Clandestino Rivoluzionarlo Indigeno, Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Vi ha consegnato la località di Aguascalientes perché vi riuniate a discutere e a trovare un accordo, non l'immobilismo, non lo scetticismo sterile, non lo scambio di rimproveri e di complimenti, non la tribuna per la propaganda personale, non il pretesto per il turismo di guerra, non il ricatto pacifista incondizionato, non la guerra ma neppure la pace a qualsiasi costo.

Sì per discutere e trovare un accordo per la organizzazione civile, pacifica, popolare e nazionale della lotta per la democrazia, la libertà e la giustizia.

Il Comando Clandestino Rivoluzionario Indigeno - Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale vi consegna ora la bandiera nazionale, per ricordarvi ora ciò che significa (Patria, Storia, Nazione) e per impegnarvi per ciò che deve anche significare (democrazia, libertà, giustizia)

Salve, fratelli della Convenzione!

Per voi è stata innalzata Aguascalientes.

Per voi è stato costruita in mezzo ad un territorio in armi questo spazio, per una pace con giustizia e dignità.

Molte grazie.

Democrazia!

Libertà!

Giustizia!

Dalle montagne del Sud Est messicano

Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno - Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Messico, agosto 1994

Grazie!

DR. PABLO GONZALEZ CASANOVA

Sono sicuro che le decisioni che abbiamo assunto qui costituiscono il piano di lotta per la democrazia più avanzato del Paese.

Sono sicuro che le decisioni della Convenzione corrispondono a quelle che dovrebbero adottare tutte le organizzazioni politiche, sociali, religiose e culturali che si propongono di lottare per costruire sul serio un Paese libero, democratico e giusto.

Sono sicuro che non è la Convenzione quella che deve appoggiare il tale partito o organizzazione, bensì saranno le organizzazioni o i partiti quelli che appoggeranno profondamente e realmente il piano della Convenzione.


MARINAI SMARRITI E BUCANIERI

ARMATI DI SPERANZE

TORNIAMO AI NOSTRI MARI.

LÀ CONTINUIAMO LE NOSTRE SCORRERIE,

LÀ, ASPETTEREMO.

QUI, IN QUESTO LUOGO, NEL CUORE

DELIA SELVA, UN PUGNO Dl INDIOS

ABBATTÈ ALBERI, CON I TRONCHI

COSTRUI PANCHE E NEL MONTE

SORPRESO FECE UN GRANDE SALONE.

UN ANFITEATRO DOVE A PRIMA

VISTA IL LEGNAME DEI SEDILI

SEMBRAVA UNA LUMACA,

LA CHIGLIA DI UNA NAVE,

IL TETTO DI COPERTE LE

VELE, LA PRESIDENZA LA CABINA DI

COMANDO, LA POSTAZIONE DEL MICROFONO

IL TIMONE.

QUI GIUNSERO PIÙ DI SEIMILA

PERSONE CHE PROVENIVANO DA OGNI

PARTE DEL PAESE, E CHE SOPRAVVISSERO

AL DILUVIO.

ERANO PELLEGRINI, CHE ANDAVANO VERSO UNA

MECCA IMMAGINARIA?

ERANO BUCANIERI, LADRI, ASSALITORI,

RIVOLUZIONARI, AGITATORI SOCIALI,

MESSICANI ALLA RICERCA DEL SOGNO

PERDUTO CUE VOLEVANO SALIRE SU UNA

NAVE INVENTATA NELLA SELVA, CHE

IN REALTÀ NON ERA UNA NAVE, MA

UNA METAFORA, O ERA UNA FARFALLA

O UNO SCARABEO CHE SI CHIAMA

UTOPIA



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