Quando le parole giustizia, libertà, democrazia erano ancora soltanto parole; quando la morte e l'odio cominciavano a crescere nel nostro cuore; quando non vi era altro che la disperazione; quando il tempo girava su se stesso senza via d'uscita, senza una porta, senza un domani; quando tutto era ingiustizia; gli uomini veri, quelli che non hanno volto, che vanno nella notte, quelli che sono montagne per l'odio e dire loro: siamo piccoli e le nostre parole si spengono; il silenzio abita da troppo tempo ormai nelle nostre case; è venuta l'ora di parlare. Dalla notte e dalla terra ritorneranno i nostri morti, quelli che non hanno volto, quelli che sono montagne. Essi si vestono da guerra perché la loro voce venga ascoltata.

LA VERA LEGGENDA DEL SUBCOMANDANTE MARCOS

Terra è libertà. Zapata è vivo. All'alba del 1 gennaio 1994 queste parole risuonano in Messico e rimbalzano sulla stampa internazionale. Guerriglieri usciti dal nulla hanno occupato in piena notte quattro città del Chiapas nelle montagne del sudest del Messico. Dicono di chiamarsi EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Dichiarano solennemente la guerra all'esercito messicano ed esigono: Terra, educazione, dignità, giustizia, libertà e democrazia.

Queste parole usurate valgono qualcosa per chi le prende sul serio; per chi prende le armi oggi per esse. La rivoluzione messicana, l'epopea di Zapata negli anni '90: che promesse. quali speranze si nascondono in questo grido che viene così da lontano?

"Noi, armati per fare una rivoluzione, per cercare pace e giustizia nel nostro Chiapas e nel nostro Messico. Viva la rivoluzione! Viva l'EZLN!"

Tutto ciò è altrettanto bene Messico. L'accordo di libero scambio con gli Stati Uniti è finalmente firmato. La modernità è trionfante.

Che è accaduto? Tutti gli sguardi sono rivolti verso la frontiera del Nord. Non si parla più di economia ed è la storia che si è risvegliata nelle montagne del sudest. Chi sono questi zapatisti che tengono in scacco da più mesi il più vecchio, il più stabile, il più abile partito di Stato del pianeta? Chi è questo misterioso comandante Marcos, portavoce degli insorti indigeni, che è riuscito a far capire in tutto il paese queste parole così vecchie e così nuove? Questo comandante indigeno senza nome e senza volto, che parla tutti i dialetti in una democrazia in cui ciascuno ha il suo posto? Da dove viene?

Fino al 1 gennaio, dicono Felipe, Ramòn, David, Eduardo, Marìa, noi non esistevamo per questo paese, ma se voi volete sapere chi siamo potete venire a vedere e guardare.

Come crederci? Una rivolta che non è etnica, né anticristo; una guerra che finisce in 15 giorni, una tregua che dura un anno. Degli insorti armati agli ordini di una comandante civile, dei rivoluzionari che non vogliono conquistare il potere ma solo la democrazia. Troppo bello per essere vero, troppo folle per non esserlo.

Chi osa opporsi in tal modo ad ogni evidenza? Chi osa ignorare che il tempo della guerriglia è finito? Che le utopie sono morte, che l'avvenire è liberale e postmoderno, che i contadini appartengono al passato, il mondo ai finanzieri, la politica ai tecnocrati?

E' dunque nel Chiapas che questa storia è cominciata. In queste montagne sperdute dell'estremo sudest messicano a 1500 Km dalla capitale. Questo paese Maya che ha tanti poeti, petrolio e legno prezioso, canna da zucchero e caffè. Una terra così ricca dove la gente è così povera.

Al di là delle montagne, dei posti di blocco militari e dei posti di blocco zapatisti, dopo lunghe ore di strada e di giorni di attesa, questa strada tranquilla porta nel cuore della foresta Lacandona, nel territorio controllato dalla guerriglia, attraverso San Cristóbal, una piccola città coloniale apparentemente fissa nel passato. Ma non è così semplice qui il presente e il passato: cinque secoli dopo la conquista spagnola, dopo che Bartolomeo de Las Casas aveva predicato invano il rispetto degli indigeni vinti; vent'anni dopo il primo Congresso Indigenista, in cui tutte le comunità indigene del Chiapas si ritrovarono già per reclamare la terra e la giustizia; vent'anni che il silenzio è calato sul loro grido di pace; dieci mesi, ora, che l'esercito zapatista è sorto dalla notte. La guerra sembra così lontana. Ma l'ordine antico, la paura, la sottomissione sono scossi. Gli zapatisti sono dovunque: entrati già nella leggenda che soppianta così rapidamente qui l'attualità; entrati con tutto il paese in una realtà nuova, incerta, appena visibile.


1 gennaio 1994: 1.30 del mattino. Il trattato di libero commercio (NAFTA) entra in vigore. Il Messico, tra le acclamazioni, lascia il Terzo Mondo. Allora a San Cristóbal, in mezzo alla festa per l'anno nuovo, un altro tempo fa irruzione nel calendario ufficiale. In silenzio, a sorpresa, senza giornalisti né televisione (solo un cineamatore di passaggio), centinaia di indigeni presero la città. Si saprà presto che gli uomini si sono impadroniti nel frattempo di Altamirano, Ocosingo, Las Margaritas: le quattro città più importanti della regione. Un'operazione militare in grande stile riuscita nel più gran segreto. I guerriglieri tengono la città tutto il giorno, senza sparare. Coloro che passeggiano si mescolano agli insorti: uomini, donne, alcuni quasi bambini. Indigeni venuti dalla montagna con i loro fucili, le loro uniformi nuove, si appropriano della città per la prima volta. La maggioranza non parla lo spagnolo, ma sono venuti per farsi capire, per gridare: "Ora basta!". Nella folla, un solo bianco, con il passamontagna, attira i curiosi. Dice di chiamarsi subcomandante Marcos: è il capo militare dell'operazione, solo militare, precisa.

Il 1 gennaio a San Cristóbal è proprio un esercito che è apparso: per un grido di guerra, di rivincita. Dice semplicemente: noi esistiamo, non potete più ignorarci; Che farete? Non bastano poche frasi telegrafiche per sbarazzarsi di questa realtà.

Il 2 gennaio, l'esercito federale, rimessosi dalla sorpresa, ha infine ricevuto ordini, e recupera il controllo di San Cristóbal da dove il nemico nel frattempo è scomparso, poiché gli uomini sono ripartiti all'alba e sono rifluiti nelle montagne; la notizia intanto arriva, nell'incredulità generale, a Messico City. Nessuno aveva previsto nulla; un guerrigliero in Messico sembrava impossibile; non poteva accadere nulla. Tutto era previsto, controllato, programmato, compreso il trionfo inevitabile, in quest'anno elettorale, del delfino ufficiale che il presidente aveva appena designato. Eppure, dopo la prima sorpresa, voci sempre più numerose si alzano: questo DOVEVA accadere. Il governo reagisce. Scontri a Ocosingo, combattimenti intorno alla caserma di Rancho Nuevo e l'offensiva militare fanno 400 morti, per lo più civili. I rifugiati rifluiscono nelle città. E' la guerra. Non si vede nulla alla televisione e la stampa si infiltra dappertutto alla ricerca di testimoni. In tutte le città del Messico folle immense scendono nelle piazze per gridare agli zapatisti: "Non siete soli!". Per esigere dal potere di fermare il massacro. Come se il grido di questi indigeni così piccoli, così soli, così lontani, avesse svegliato il paese da un sogno. Come se tutto il Messico sofferente si riconoscesse subito, malgrado le armi, i passamontagna e gli "ora basta".

Il presidente Salinas proclama il 12 gennaio il cessate il fuoco unilaterale. Una tregua si installa che durerà un anno. L'impossibile accade. Il governo non è contrario a negoziare. Dai dialoghi che si intavolano dipendono, come essi riconoscono, la guerra o la pace in Messico.

Il 12 febbraio, davanti a tutto il paese, l'inviato del presidente viene a San Cristóbal ad ascoltare per molti giorni le richieste degli insorti. Ammette tutto, promette molto.


- Dove andate?

- A San Miguel.

Ma è tardi per le promesse: i dialoghi si sono esauriti.

L'esercito zapatista è invisibile in queste montagne eppure continua a parlare. Tutti scrivono agli zapatisti: le 13 scuole di Oaxaca del Messico, sindacalisti e petrolieri di Vera Cruz, agricoltori indebitati di Xatecas, indigeni di Guerrero, cantanti di rock, scrittori alla moda, come Superbarrio e Carlos Fuentes. Scriba ufficiale degli zapatisti, il subcomandante Marcos, risponde a tutti, con la folle idea, forse, che per mezzo di queste lettere, lui e i suoi si faranno ascoltare senza ricorrere nuovamente al fuoco, alla guerra e alla morte.

In Messico da gennaio ci si strappa di mano i comunicati degli zapatisti. Testi iconoclastici, poetici, familiari, che fanno respirare un'aria nuova e che fanno esasperare le "persone serie". Ci si interroga sul loro autore presunto, il subcomandante Marcos, presto soprannominato il sub. Il suo passamontagna di lana nera, la sua insolenza, il suo gran naso sono già leggendari. La sua macchina di comunicati su tutto ciò che succede: un personaggio è già nato. Non lo si vedrà mai alla televisione ma ci si passa di mano in mano questa intervista in video.

- E' come il mito del passamontagna. Noi portiamo un passamontagna a causa del freddo. Ed ecco che questo colpisce la gente: il passamontagna di qui, il passamontagna di là. E questo diventa ciò che si sa.


Ottobre '94. Il subcom. ci ha dato un appuntamento. Sorprende chiamare appuntamento questo messaggio che egli manda dalle montagne, senza luogo, senza data.

La tregua dura sempre ma il dialogo col potere è ormai rotto. La metà dell'esercito federale circonda la selva Lacandona, un territorio che gli zapatisti controllavano già da cinque anni prima del 1 gennaio.

- I vostri documenti di giornalisti.

Ma a che serve? Nel territorio liberato si muore di fame. Gli zapatisti, fin dall'inizio, dicono che loro non vogliono una riserva., che il loro problema è nazionale. Bisogna venire fin qui per capire che i due o trecentomila contadini (nessuno sa con precisione) della foresta Lacandona vengono da tutto il paese: Maya cacciati da Los Altos de Chiapas dalla voracità dei grandi proprietari, ma anche mistechi, taraschi, uastechi, meticci, contadini senza terra invitati a venire a popolare queste terre vergini.

- Parla spagnolo? Per favore...

- Dove va?

- Che tipo di reportage pensa di fare?

- Bene, ora le chiedo come pensano di entrare in una zona di conflitto. E' necessario che si sottopongano ad una perquisizione completa.

Oggi la foresta Lacandona è piena. Le promesse sono svanite. Arrivati al termine del mondo questi pionieri si voltano verso il loro paese.

Luglio '94. Al fondo della giungla gli zapatisti inventano Aguascalientes: un anfiteatro, qualche baracca, una biblioteca, che essi costruiscono coi loro machete e gli alberi della foresta nel luogo stesso dove avevano trovato, all'inizio della loro storia, il loro primo rifugio clandestino.

6 agosto '94. Da tutti gli angoli del Messico sono arrivati gli invitati. La Convenzione Nazionale Democratica, questo sogno di un cambiamento pacifico è cominciata.

Noi vi aspettavamo da più di 500 anni, dicono gli zapatisti attraverso la voce di Marcos, voi siete venuti: nulla è impossibile. Fate di questo paese una patria dove non ci sia più vergogna di vivere. Fermatevi un momento. Ma se non ci riuscirete, sventolateci questa bandiera, noi saremo là. Che tutti i messicani ne riprendano possesso perché questa bandiera ritorni la bandiera nazionale: la vostra bandiera. Questi compagni, queste donne, questi bambini, essi tutti sono coloro che veramente hanno custodito questo segreto così importante e che rappresentano oggi il Messico: tutti loro, questi compagni, che noi chiamiamo la base sociale, il fondamento stesso dell'EZLN.


- Andiamo a vedere se siete autorizzati a entrare.

- Diteci i nomi.

L'incontro di Aguascalientes è, forse, la nascita di qualcosa. Ma il tempo preme. Nelle elezioni del 21 agosto il partito di Stato ha vinto, come sempre da 67 anni.

- Potete passare.

In Messico, perdurando la crisi, i guai si succedono a ritmo incontrollabile nel cuore stesso del potere. Omicidi, arricchimenti scandalosi, corruzione, complicità con i cartelli della droga. Troppe cose oscure cominciano ad emergere. Nessuno garantisce per l'avvenire.

- Si, potete passare.

- Bene.. Sì... Potete entrare. Ma bisogna che aspettiate là, al rifugio, e nelle prossime ore verremo a dirvi se c'è una possibilità di parlare direttamente con il ..."Sub".


Guadalupe Tepeyac. Dietro la collina c'è Aguascalientes. Là si è riunita la Convenzione Nazionale. Democratica.. E' là che oggi, ottobre '94, Marcos riceve sempre più spesso gli invitati del mondo esterno. Non resta che aspettare il messaggio del subcomandante. Il subcomandante è Marcos: "il Sub". Tante dicerie hanno circolato su di lui da un anno. E' un vecchio gesuita, no, un guatemalteco, piuttosto un antropologo perché parla le lingue indigene. Un reduce delle guerre centroamericane. C'è sicuramente in Messico chi sa chi fosse prima di essere Marcos, ma nessuno lo dice, come se il mistero avesse più senso, come se tutti accettassero di rappresentare il gioco del mascheramento. Se la persona è più accanita, afferma che il passamontagna serve a nascondere i suoi tratti inconfessabili e se esige che se lo tolga per parlare "da uomo a uomo", Marcos risponde, scoppiando a ridere, che Marcos non esiste.


- Il passamontagna si è detto, il passamontagna, Marcos, e...

- E la tua biografia, non ne parliamo. Quante versioni ci sono?

- Non lo so più. E' ciò su cui si è mentito, è la sola cosa su cui si è mentito. Il passamontagna si è detto che era per il freddo, per sicurezza, contro il potere dei capi, perché certuni sono più brutti che altri, perché io sono troppo bello, si dimenticherebbe la lotta per non vedere che me, ecc. Il risultato di tutto ciò è che il passamontagna è diventato, nostro malgrado, il simbolo dello zapatismo. Simbolo di ribellione, segno di ricongiunzione di tutti gli anonimi che non hanno che i loro atti, che la loro morte per farsi sentire.

- Si voleva che qualunque zapatista, in particolare la seconda o la terza testa, venuto il momento potesse mettere un passamontagna e dire: "Marcos sono io. L'altro Marcos non è morto, è là, sono io". Ma anche era importante che chiunque potesse essere Marcos, anche senza avere armi, anche senza essere qui sulle montagne, anche senza scrivere come Marcos, potesse essere Marcos. E io credo che non si sia riusciti. Credo che ciò non sia andato bene. Marcos è individualizzato, forse più individualizzato che se avesse il passamontagna. Non voglio dire che le sue caratteristiche lo rendano unico, no, voglio dire che la novità, apparentemente, non è che non c'è un "condottiero", ma che c'è un condottiero senza volto.

Diventato, senza volerlo, personaggio, Don Chisciotte mascherato, Fantomas moderno, egli raccoglie la sfida. Il capo militare si trasforma in traduttore, in traghettatore tra due mondi. Da gennaio, in tutte le sue lettere, egli riporta le vite e le ragioni del vecchio Antonio, portavoce della saggezza indigena, di Betto e Vaudanita, i bambini della miseria e della rivolta, di Moisés, Rolando, Susanna, Juana Maria, gli insorti.

- Essi sono... molto umani. Dovrebbero restare tali, che fossero meno a lungo soldati e più a lungo esseri umani, anche come soldati di un genere nuovo. Ciò sarebbe utile a loro e a questo esercito. Il suo più nobile scopo dovrebbe essere quello si scomparire. E il fatto di comprendere ed accettare consapevolmente che siamo qui per un tempo limitato e che nel migliore dei casi quest'arma e questo passamontagna non saranno più necessari, non è la stessa cosa che formare un esercito il cui obbiettivo fosse quello di restare al potere. Essi non assomigliano nemmeno all'immagine del guerrigliero degli anni '60 e '70: il superuomo che resiste a tutto e non si lamenta mai, che non ha debolezze. No, è un casino, gente incasinata, piena di errori, di difetti, con alti e bassi come chiunque. La differenza è il passamontagna, il fucile e il fatto di essere pronti a morire per le proprie idee... Questa è la sola differenza. Sia ben chiaro, non bisogna idealizzare l'esercito zapatista, se non si capisce più niente. Non sono né migliori, né peggiori di chiunque altro. E la maggior parte di quelli che si è voluto presentare, non può parlare. Alcuni perché sono in imbarazzo a causa della lingua, gli altri perché non è ancora venuto il loro turno. Non ancora, perché Marcos è ancora in sospeso. In seguito, qualcun altro assumerà questo ruolo. E quel che io cerco di fare è questo: che attraverso queste lettere tutti vedano quest'esercito come è veramente: un'assurdità. Perché è assurdo. Tutto è assurdo...

Migliaia di soldati mobilitati, assediati, che mancano di tutto, che attendono, che si preparano, un esercito che non sarebbe mai dovuto esistere; la prova, per assurdo, che l'infinita pazienza dei contadini Maya ha trovato il suo limite. Quando il fiume gonfia, dice il vecchio Antonio, è perché piove da molto tempo sulla montagna. Oggi il fiume ha cambiato corso, niente lo farà tornare al suo letto precedente. per il momento egli continua il suo corso pacifico; l'appello alla società civile gli ha dato nuovo slancio: piove ora in tutto il paese.

Lo zapatismo è venuto a dimostrare che ribellarsi è possibile e che ne vale la pena. In fondo la questione era tua qui. L'abbiamo scoperto a gennaio. Non si pensava che la gente fosse tanto cinica... Non ci aspettavamo di trovare una sinistra tanto cinica in questo paese: tanto peggio, tutto è perduto. Ora, ciascuno per sé e si salvi chi può.

- Tutto il mondo è così, non è vero?

- Sì, è quello che abbiamo saputo dopo. Ma subito abbiamo ripreso i contatti con una sinistra fatta di gente che dieci anni fa avevamo visto molto radicale, molto rivoluzionaria, molto impegnata, e che abbiamo ritrovato sostenitrice del neoliberismo. per noi questo è stato durissimo, difficile da capire, non per la delusione personale, ma non capivamo. Noi continuiamo ancora a non comprendere cosa sia accaduto in dieci anni: perché coloro che avrebbero dovuto sapere meglio per che cosa valeva la pena di lottare abbiano mollato, e per ché coloro che non avevano nulla da guadagnare siano pronti a lottare: ciò che noi chiamiamo la "società civile".

Quando gli dei hanno creato gli uomini, dice il vecchio Antonio, li hanno fatti prima d'oro, bellissimi e solidissimi; ma gli uomini d'oro non potevano vedere, né avere sentimenti, né lavorare. Il mondo languiva. Dopo molti tentativi, gli dei fecero gli uomini di mais, di tutti i colori, grandi e piccoli, diversi come le spighe: gli uomini veri. Essi sono venuti a conoscenza delle città, delle piantagioni e dei campi di petrolio, degli uffici e delle scartoffie a mucchi, per anni, della violenza, dei tradimenti, delle ambizioni cieche degli uomini di potere. Conoscono il valore del loro mondo, della sua giustizia, delle sue speranze. E' in quest'altro mondo, in quest'altro sguardo, in questa parola mai udita, che si è immerso - dice - senza nulla sapere, dieci anni fa, un giovane della città come tanti altri, un giovane che non era ancora Marcos.

- Noi cercavamo, "noi", intendo dire Il passamontagna e l'uomo che gli sta dietro, cercavamo la risposta ad una situazione assurda, incongruente, anacronistica: come era possibile che così poca gente possedesse tanto e che tanti non avessero quasi niente.

E' per caso - racconta Marcos - che in un giorno di scoraggiamento egli si imbatté in un'organizzazione rivoluzionaria che si propone di preparare la lotta armata. Di corsa, è così lontana la meta. E' il caso anche - dice - che lo porta tra le montagne del sudest.

- Sì, un caso... in realtà. Avevo appena tenuto dei corsi, perché sapevo leggere e scrivere e conoscevo la storie, soprattutto la storia del Messico. Era necessario qualcuno che insegnasse loro questa storia e al tempo stesso li alfabetizzasse... I compagni del primo gruppo era gente di elevato livello politico... Il primo gruppo indio, non i meticci. un elevato livello politico e con grande esperienza di movimenti di massa. Tutte le "bagarre" dei partiti politici le conoscevano a memoria perché erano stati in tutti i partiti di sinistra. Avevano conosciuto un mucchio di prigioni del paese e dello Stato, le torture, ecc.. Ma avevano bisogno anche di quella che chiamiamo la "parola politica", la storia di questo paese, la storia della lotta. Arrivo dunque per svolgere questo lavoro. I compagni indios di questo primo gruppo, siamo nel 1984, cominciano una specie di "niente per niente" come per pagare le lezioni che ricevevano. Dicevano "tu mi insegni la storia e anche a leggere e a scrivere". Mi chiedevano anche di scrivere alle loro fidanzate. E così ho preso questo vizio epistolare... Io li facevo raccontare: erano in montagna, avevano le fidanzate al villaggio, indigene come loro. Dunque loro mi spiegavano un po', io scrivevo la lettera e loro la firmavano e la spedivano. Sono stati tutti respinti; ho fallito completamente. E' la verità... E' come per la Convenzione: tutti gli intellettuali hanno respinto il mio invito... A quel tempo, fortunatamente, io non firmavo; erano i compagni a firmare.

In breve, mi invitano a partecipare al loro lavoro. Era l'epoca in cui bisognava setacciare la zona, cioè renderla praticabile, fare delle esplorazioni, reperire i luoghi dove c'era selvaggina, punti d'acqua, una specie di nomadismo guerrigliero il cui obbiettivo era soprattutto di integrarsi nel territorio. Il lavoro politico era, nella maggior parte, interno; non si faceva nulla verso l'esterno. Dunque loro mi associano a tutto ciò e m'insegnano a camminare - a camminare in montagna s'impara - e a viverne, a riconoscere gli animali, cacciarli, a prepararli per la cucina e anche a mangiarli - ci vuole uno stomaco d'avvoltoio per mangiare quello che essi mangiavano - e a fondermi con la montagna...

Credo che dopo venga non la ricompensa ma una relazione da eguale a eguale. Credo che in quel momento io sia stato accettato dal gruppo guerrigliero, non quando ero il professore che veniva a far lezione, non, ma quando sono diventato uno di loro. E' la prima tappa, una tappa difficilissima, molto solitaria; non solo per noi che venivamo dalla città e avevamo tutto contro; perché noi si sapeva che il nostro progetto non godeva di alcun appoggio nella società e neanche nella sinistra. Essi avevano ancora la speranza che, forse, certi settori rivoluzionari, come si diceva, avrebbero capito la lotta armata. Ma io sapevo già che non sarebbe stato così. Io sapevo che avevamo anche questo contro di noi. Anche per loro questo era duro, perché erano lontani dalle loro comunità. Normalmente, un indio si allontana per qualche giorno, per cacciare e trovare del cibo, poi torna a casa. noi eravamo nel profondo della montagna. E a quell'epoca - come adesso - questa parte inabitata della montagna era un luogo dei morti, dei fantasmi di tutte le leggende che popolavano e ancora popolano la notte della foresta Lacandona. E i contadini hanno grande rispetto per questo; un grande rispetto e una grande paura... A quell'ora, a notte fonda, era là che tenevamo queste conversazioni fuori programma, come dicevamo noi. Cominciavamo a parlare come dire, ciò creava atmosfera. C'erano le storie del "Sombreròn", la storia di Votan, di I'lk'al, il signore nero o delle scatole parlanti , dei profeti, dei I'lx'paquinté una donna che appare nella notte agli uomini soli e li attira dietro di sé e quando sta per succedere quel che deve succedere sparisce e la lascia l'uomo completamente... cioè gli uomini in questo caso. E' allora che ho cominciato a toccare e penetrare questo mondo di fantasmi, di divinità che rivivono, che prendono la forma di animali o di cose... E questa curiosissima nozione del tempo in cui non si sa mai di quale epoca si stia parlando. Quando ti raccontano una storia può essere accaduta una settimana fa o 500 anni fa, o agli albori del mondo...

Io raccontavo a qualcuno il caso di Zapata, come Zapata si confondeva con il dio buono, diciamo, dei Maya di questa regione, quel che chiamiamo Votan-Zapata... Raccontano per esempio che Zapata era del Chiapas, che è nato qui, che se ne è andato via e che è per questo che l'hanno ucciso: non sarebbe mai dovuto partire.

Altri dicono che non è morto, che è venuto a nascondersi qui, nella montagna. Altri dicono di averlo incontrato... cose che sanno molto di leggenda però sono molto presenti. Non si sa mai in quale epoca sia accaduto. Ti raccontano questo come se fosse accaduto ieri. Quando vedo ciò che è accaduto in questi anni... Quando si era in montagna, non si era al corrente di nulla, non si captavano che le onde corte: Radio Habana, la Voce dell'America, Radio Exterior di Spagna, radio Francia Internazionale. E' quello che ascoltavamo; quindi non si sapeva granché. Ma quando dopo, dopo il gennaio 1994, ho visto cos'era accaduto in quegli anni nel paese, sì, era veramente folle ciò che si faceva, veramente incredibile.

La popolazione civile era per noi un fantasma che non si vedeva mai e noi vivevamo con il fantasma del Che e della Bolivia: la mancanza d'appoggio contadino ad una guerriglia impiantata artificialmente. Non avevamo una visione molto ottimistica... Certo ci aiutava un può avere gente della zona che parlava la lingua. Ma comunque non avevamo fiducia. pensavamo che poteva finire come il Che ed abbiamo trascorso questi anni con questo fantasma in noi, il fantasma di Nancahuasu.

- Quanti eravate?

- Nel 1984 eravamo sei; nell'86 eravamo già dodici: si poteva, come si diceva, conquistare il mondo, mangiarlo come una mela. Eravamo dodici: dei primi sei tre erano meticci e tre erano indios. Dei dodici dell'86, uno era meticcio e undici erano indios. Dunque, questi compagni guerriglieri indigeni possono andare a trovare le loro famiglie e fare del lavoro politico. Ti raccontavo come i giovani ereditano la storia di tutto il villaggio, di tutta la famiglia, oralmente. Allora, questa eredità, con in più l'esperienza della montagna, della guerriglia, delle armi e della storia che essi avevano imparato, la visione politica la rendevano adesso gli anziani, ai loro genitori che si incaricavano di cercare a che trasmetterla. Il maggior ostacolo per loro era l'alcool. perché non bisognava denunciarli. Essi non erano in montagna, si rischiava che piombassero loro addosso al villaggio. Dovevano scegliere a chi dirlo. Allora parlavano prima a quelli che non bevevano, poi a quelli che promettevano di non bere più. Era un processo molto lento, molto selettivo, molto penoso per loro. All'inizio procedeva nell'ambito famigliare: Il padre reclutava i figli, il figlio i suoi fratelli, i cugini, gli zii e così via. C'erano villaggi che simpatizzavano per noi; uno di questi era quello del vecchio Antonio. E' lui che ci ha detto: "Venite perché non mi vogliono credere". La gente non gli credeva perché la guerriglia a quell'epoca faceva parte di tutto questo mondo magico che può essere vero o no; in fondo, bisogna vederlo per crederci.

Allora è nel villaggio del vecchio Antonio che nasce l'immagine di uomini armati che non vengono dalla città, ma che scendono dalla montagna. Noi venivamo dalla montagna, non dalla città, per la gente di qui. E questo si collega a molte storie antiche., molto antiche, risalenti a prima degli spagnoli talvolta. In poche parole: La prima reazione della gente è di rispetto. "Quelli lì dormono dove io non oso dormire e vivono peggio di me". Tutti gli abitanti sapevano che i guerriglieri vivevano anche peggio dei contadini poveri della zona. E improvvisamente ci ascoltano e noi cominciamo con le nostre ciance politiche.

- Che cosa dicevate loro?

- Le assurdità che avevamo imparato: l'imperialismo, la crisi sociale... il rapporto di forze e la congiuntura, cose che nessuno naturalmente capiva, e neanche loro. Erano molto onesti: dicevamo loro: "Avete capito?" Rispondevano: "No". Bisognava adattarsi; non era un pubblico "schiavo". In montagna si può dedicare più tempo agli apprendisti guerriglieri, ma nei villaggi ti dicevano che non capivano nulla. "Non capiamo; cerca altre parole. Le tue parole sono molto difficili...". Così bisognava cercare altre parole, imparare a parlare con la popolazione di quei posti. E - come dirti?- abbiamo imparato ad ascoltare. Prima avevamo imparato a parlare, come tutta la sinistra, in specie quella latino-americana. Parlare era la sua specialità. Abbiamo dovuto necessariamente imparare ad ascoltare perché lì la lingua non era quella nostra, non solo perché non era spagnolo.. bisognava imparare le lingue... ma soprattutto era diverso il contesto culturale. Le cose non avevano lo stesso senso, perciò era necessario ascoltare con la massima attenzione. Dunque, come scrivevo a qualcuno, avevamo un concetto ben squadrato della realtà, ma quando ci si scontra con la realtà, il quadrato si ammacca come un pneumatico e comincia a rotolare e a smussarsi a contatto con il villaggio. Allora ciò non ha più niente a che vedere con gli inizi. Se mi chiedono: "Siete marxisti, leninisti, castristi, maoisti o cos'altro?" non lo so, a dire il vero. Noi siamo il prodotto di un'ibridazione ed un confronto, da cui siamo, e pazienza, usciti vinti.

Poco a poco, racconta Marcos, sempre più giovani indigeni hanno raggiunto l'esercito zapatista in montagna. Le comunità dei villaggi li aiutano, li alimentano, soprattutto decidono di mantenere il segreto. Sono i loro figli. In cambio i gruppi guerriglieri assumono la difesa delle comunità delle foreste Lacandona. Sempre minacciati dalla milizia dei latifondisti, dalle incursioni della polizia e dell'esercito. Eppure l'EZLN si aggrappa sempre più al suo progetto: si preparava, senza esporsi, per il giorno in cui sarebbe cominciata la rivoluzione.

- E allo stesso tempo comincia questa cospirazione clandestina, e collettiva, di migliaia di persone, di intere famiglie: uomini, donne, bambini, vecchi e anch'essi decidono di organizzarsi in governi autonomi. Diciamo che molte comunità si organizzano in una specie di governo parallelo e formano il loro "Comitato". Cominciano, dunque, i lavori collettivi, ma il denaro che prima destinavano alle feste, all'alcool - c'era parecchio alcoolismo - o alle riparazioni del villaggio, questo denaro comincia ad affluire per l'acquisto delle armi. Un'arma qui, una là, ne compriamo un po' qui e un po' là anche noi; e questo è un altro punto chiave: quest'esercito non riceve le sue armi dall'esterno, si arma da sé; ed è questa la ragione per cui è impensabile disarmarlo. Ciascuno si è guadagnato la sua arma con il proprio lavoro, col suo denaro: è di sua proprietà. E' come voler rubare la vacca al fattore, così attaccato alla sua proprietà privata, è la stessa cosa. A quest'esercito nessuno è venuto a dire: "Tenete! ecco 500 o 1000 fucili". Ciascuno prende il proprio. Quando l'arma non è tua la puoi rendere. Ma in questo caso ciascuno ha dovuto lavorare, trovarla, farla passare... L'esercito zapatista passa da qualche decina a migliaia di soldati in meno di un anno, 1988-1989, passiamo da 80 a 1300 combattenti.

1990-1991-1992. La miseria si aggrava, la repressione anche; epidemie colpiscono duramente la regione; il prezzo del caffè diminuisce. Ma, soprattutto, spiega Marcos, non c'è più alcuna speranza. Minacce di espulsione da gran parte dei villaggi della foresta, una riforma che mette fine alla ripartizione delle terre e, infine, l'accordo di libero scambio. Le comunità si sentono ormai condannate a scomparire, senza appello.

- Allora, i comitati, ciò che in seguito diverrà il "Comitato" (all'epoca erano i responsabili della regione), cominciano a dirci: "La gente vuole battersi". Noi rispondiamo: "Voi siete pazzi. L'URSS è disgregata, non c'è più l'area socialista, i nicaraguensi hanno perso le elezioni, in Salvador e in Guatemala si discute, Cuba è alla fine. Più nessuno vuol sentire parlare di lotta armata; di socialismo, neppure a parlarne. Ora tutto congiura contro una rivoluzione, anche se non è socialista". "Non vogliamo sapere cosa succede altrove. Noi stiamo morendo. Domandiamo alla gente. Dite che bisogna fare ciò che dice il popolo?" "Bene.. sì." "Allora domandiamoglielo" E mi mandano a porre la questione nei villaggi.

- Tu?

- Sì

Faccio il giro dei villaggi per spiegare: "Ecco la situazione: la situazione di miseria e tutto il resto, la situazione nazionale e internazionale. Tutto è contro di noi. Che si fa?" Dopo ne discussero più giorni, fino al voto registrato su un atto in cui hanno scritto: "Tanti bambini, tanti uomini, tante donne, tanto per la guerra, tanto per aspettare ancora." E il risultato, a decine di migliaia di voti, era di cominciare la guerra nell'ottobre del '92, in occasione del quinto centenario.

Quinto centenario della conquista. Niente è ancora pronto. Resta da formare il Comitato nel mondo edificato delle comunità contadine. E' nel gennaio del '94, racconta Marcos, che l'esercito zapatista, dopo un ultimo dibattito passa sotto il comando del Comitato.

- In breve, poiché io sono il capo militare, mi ripassano la palla. "Tocca a te giocare". Allora io chiedo un po' di tempo, un lasso di tempo per rivedere tutto; tutta la struttura militare era prevista per la difesa. E' ciò che domandavano: "Difendeteci!" Noi non avevamo mai pensato di attaccare la città; lo sognavamo, ma non eravamo neanche allenati per la lotta urbana. Però era necessario attaccare la città. Era la mia idea: provocare un effetto politico che ci permettesse di evitare l'accusa di essere narcotrafficanti. Non ci possono più accusare di essere le marionette dell'imperialismo sovietico, non esiste più; né di essere, quindi, una rivoluzione esportata. Ma ci si può accusare di essere una narco-guerriglia. Quel che dobbiamo fare è superare anche questo. E' necessaria un'azione spettacolare. Qualcosa che non facciano i narco, prendere le città e brandire la bandiera di un esercito maggioritario, a migliaia.... Bisognava progettare un'uscita sulla città, la presa dei capoluoghi, con molte truppe. In breve, per ragioni di logistica, di unità da completare, di equipaggiamento o di altro, passa novembre, passa dicembre, e arriviamo all'ultimo giorno dell'anno. Ed è lì che comincia l'ultima tappa della nostra storia. Beh, spero che non sia neppure l'ultima. Quella in cui, diciamo, ci troviamo; quella che nasce il 1 gennaio 1994.

Dal 1 gennaio è un'altra storia che è cominciata. Niente è andato secondo le previsioni: la guerra non è durata che 15 giorni e da allora, dice Marcos, gli zapatisti improvvisano. Lottano sempre contro il tempo e l'oblio. Attraverso la breccia che loro hanno aperto sono apparsi tanti altri attori: la società civile, un paese nuovo che si cerca, che vuole contemporaneamente pace e giustizia. E di fronte a lui l'enigma di un potere diviso: la violenza è smascherata. Ma quanto tempo può durare una guerra simbolo e di comunicati? Cosa può fare quest'esercito accerchiato e così lontano da tutto?

- Sì abbiamo ascoltato le voci che ci dicevano: "Venite, dirigeteci, diteci che cosa fare", e abbiamo fatto tutto il possibile per dire che non è possibile e che , inoltre, non bisogna. Tu non puoi, come nessuno può, aspirare a che il mondo che tu vuoi, il tuo, la tua patria, sia diretto da gente armata. Non è possibile che un militare, anche gentilissimo, molto simpatico, bellissimo e che sa anche scrivere benissimo, diriga i destini di una nazione, non più di un gruppo di armati, anche se è un collettivo. Chi ha dovuto ricorrere all'argomento delle armi non saprebbe condurre il paese e con giustizia. Ci vuole un civile. L'immagine di un guerrigliero è molto seducente, soprattutto un guerrigliero mascherato. Puoi costruirgli la storia che vuoi. E noi non vogliamo che da noi si erediti il culto della morte. Vogliamo lasciare in eredità il culto della lotta. E, come dicono qui, per lottare bisogna essere vivi; morti non si lotta più.

Veramente gran parte del nostro addestramento militare puntava a non morire. "Il primo dovere di un combattente è di non morire, dicevamo loro. Secondo, è di fare in modo che muoia il nemico. A queste due condizioni possiamo vincere la guerra".

Ma noi non abbiamo preparato nessuno a morire, né politicamente, né moralmente, né sentimentalmente, né tecnicamente. Li abbiamo addestrati a vivere, a lottare e a trionfare. Ciò che deve essere chiaro è che per il resto del paese e del governo noi siamo già morti; non possono agire come se attendessimo qualcosa da ciò che essi chiamano vita. Essi parlano a gente che è già morta, che se infischia di essere distrutta se in cambio si risolve il suo problema. Noi diciamo loro: "Fate come se noi fossimo morti; cosa si può proporre a un morto? Nulla. Bisogna risolvere il suo problema". Lo si è detto all'inviato di Salinas, il presidente, a tutti coloro che hanno voluto ascoltare: "Voi parlate a dei morti". Allora? Che propongono? Non hanno niente da proporre a dei morti. Che cosa? Un'ambasciata? Dei soldi? Una rivista? E' morto! Bisogna risolvere il suo problema. E' importante che la società sappia che per noi è lo stesso... "Non fare questo, ti uccideranno!", non è un argomento per uno zapatista. "Non fare questo, perché perderai!", questo sì ci fa riflettere. Ma forse sta cambiano. Noi non sentiamo più: "Pace, pace, pace!" più, ora. Noi sentiamo invece: "La pace?" E' una domanda. "La guerra era forse meglio? è quel che la gente comincia a pensare ho l'impressione... ça c'est fini!"


E' il suo specchio zapatista: tante maschere sono cadute, le loro domande risuonano in tutto il paese, aprono un avvenire che resta tutto da inventare.


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