DOCUMENTAZIONE SULLA

STRAGE DI TLATELOLCO


"DOS DE OCTUBRE NO SE OLVIDA!"

Nuove risultanze e immagini sul massacro di Tlatelolco

Città del Messico, 2 ottobre 1968

"I signori del governo sono morti, per questo ci ammazzano"

(José Revueltas, 1968)

Nel 1968 anche a Città del Messico, come ad Ankara, Berkeley, Berlino, Belgrado, Roma, Madrid, Praga, Rio de Janeiro, Tokyo, Varsavia,..., ebbero inizio grandi mobilitazioni studentesche. Le rivendicazioni non erano per nulla "didattiche" bensì fortemente politiche. In Messico, negli anni precedenti, il governo aveva risposto con brutalità all'ondata di agitazioni promosse dai movimenti indipendenti di varie categorie produttive (dagli insegnanti, agli operai elettrici, ai lavoratori delle ferrovie). Erano state varate leggi che criminalizzavano il diritto di sciopero, di riunione, di espressione del dissenso. Omicidi, detenzioni arbitrarie e vessazioni di ogni tipo avevano colpito i lavoratori. Vallejo, segretario sindacale dei ferrovieri, il dirigente comunista Campa, i coordinatori degli elettrici Galván e Salazar, e con loro centinaia di militanti, vennero arrestati e lasciati marcire in carcere per molti anni, senza processo.

LA NOCHE DE TLATELOLCO

Nell'estate del 1968 gli studenti decisero che fosse giunto il momento, per così dire, di prendere il testimone lasciato loro dai lavoratori. I centri propulsori della protesta furono la UNAM (Universidad Nacional Autónoma de Mexico) e l'IPN (Istituto Politecnico Nacional). Gli studenti si presero le scuole e chiesero libertà per i prigionieri politici, fine della repressione e ritiro delle leggi liberticide. In 146 giorni di attività febbrile, il movimento studentesco seppe esprimere una grande maturità facendo tesoro delle esperienze precedenti. L'autogestione delle scuole preparatorie e delle facoltà universitarie, la vitalità della protesta, la solidarietà - prima perplessa ma poi aperta - di molti settori produttivi, la straordinaria capacità degli studenti di organizzare oceaniche manifestazioni, la sfida al governo con la richiesta di un confronto pubblico televisivo sulla democratizzazione del sistema politico: tutti questi elementi indussero il presidente Díaz Ordaz e il ministro degli interni Echeverría a rifiutare qualsiasi dialogo. Le uniche risposte furono gli assassini, le infiltrazioni e le occupazioni delle università da parte dell'esercito.

Nonostante tutto, alla fine di settembre il movimento era ancora in piedi e il Consejo Nacional de Huelga (CNH), il consiglio nazionale degli studenti in lotta, indisse una grande manifestazione per il 2 ottobre in Piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco. Le Olimpiadi sarebbero cominciate pochi giorni dopo.

Secondo quanto appurato nel 1993 da un'inchiesta condotta da una commissione indipendente, presieduta dallo scrittore Paco Ignacio Taibo II, e secondo quanto risulta dagli archivi della CIA (declassificati nel 1998, mentre ancora oggi il governo messicano, nonostante alcuni timidi progressi, continua a non rendere pubbliche tutte le informazioni in suo possesso), fin dal 30 settembre era stato previsto e pianificato il massacro.

Il 2 ottobre la Piazza delle Tre Culture era in stato d'assedio, con 8000 effettivi dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti che presidiavano Tlatelolco. Gli agenti in borghese avevano avuto ordine di non portare documenti; come segno di riconoscimento, un guanto bianco. Alle 18.10, quando ormai il raduno volgeva al termine, un bengala rosso e uno verde, in rapida successione, diedero il segnale convenuto per la mattanza: "...62 minuti di fuoco nutrito, fino a che i soldati non sopportano più il calore delle armi arroventate...", secondo la notizia di agenzia trasmessa dal giornalista Leonardo Femat. Si è calcolato che più di 15.000 furono i proiettili vomitati sulla folla dalle armi automatiche e dai blindati. Molti manifestanti furono uccisi a colpi di baionetta. Alcuni feriti, ricoverati in ospedale, furono prelevati in camera operatoria e fatti sparire. La giornalista italiana Oriana Fallaci, ferita nella sparatoria, e la scrittrice messicana Elena Poniatowska parlarono subito di 300, forse 500 morti; il quotidiano inglese The Guardian riferì di 325 morti; un rapporto dell'ambasciata statunitense - pur premettendo significativamente che in Messico non è possibile avere cifre sicure sul numero di vittime - stimò i morti tra i 150 e i 200; nel 1969 i dirigenti del movimento studentesco parlarono di una cifra intorno ai 150 assassinati...

Comunque, centinaia di morti. E non qualche decina, come continuano a sostenere i vertici militari.

Come ha scritto Eduardo Galeano, il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco "le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo".

Sapevamo bene in Italia, fin dagli esordi di quella che fu poi definita "strategia della tensione", che le bombe non le mettevano gli anarchici ma i fascisti e i servizi segreti (scorretto definirli "deviati", perché era proprio quello il loro sporco lavoro). Sapevano i messicani fin da subito che l'esercito era stato mandato per sparare sulla folla ma che il pretesto (un pretesto è sempre necessario per scatenare la guerra, convenzionale o sporca che sia...) era stato creato da agenti del governo, mescolati alla folla dei dimostranti, che avevano il compito di decapitare il movimento arrestandone tutti i dirigenti e, al tempo stesso, di delegittimarlo facendo ricadere sugli studenti stessi la responsabilità dei disordini.

Ma non è sufficiente che il popolo sappia. Per trionfare, la verità ha necessità di molta cura, di tempo, di passione, di uomini dediti. È un percorso difficile ed irto di ostacoli che si chiamano, di volta in volta, depistaggio, menzogna, reticenza, minaccia, assassinio...

IL DIFFICILE CAMMINO DELLA VERITÀ

I - LA GUERRA SUCIA

Come si è detto, fin da subito nessuno ebbe dubbi su chi fossero gli esecutori materiali ed i mandanti occulti della matanza de Tlatelolco. Già nella pellicola "El grito", datata 1971 e realizzata da Lopez Areche e dal Centro Cinematografico della UNAM, appaiono, nelle sequenze girate quel 2 ottobre, uomini in abiti civili ma dal look e dai modi decisamente polizieschi. Soprattutto questi uomini portano un guanto bianco ad una mano, un chiaro segno distintivo. Si saprà in seguito che si trattava degli agenti di un reparto speciale, il "Batallón Olimpia", alle dirette dipendenze dello stato maggiore dell'allora presidente Díaz Ordaz e del suo ministro degli interni Echeverría. Anche i rapporti dell'intelligence statunitense, nei giorni immediatamente successivi agli eventi, già parlano di uno "shock group", un gruppo di fuoco, identificato come "Olympia Brigade", responsabile di aver dato inizio ala sparatoria nella piazza delle Tre Culture. Ma, ed è quel che sconcerta, l'FBI sostiene trattarsi di un gruppo di matrice comunista- trotskysta (sic!)... Una delle consuete gaffe dei servizi USA? No di certo. Si trattava solo di confermare la historia oficial e nel frattempo coprire l'ispirazione e il coinvolgimento americano nella guerra sucia, la feroce guerra sporca condotta dal governo messicano per almeno due decenni contro l'opposizione e le organizzazioni popolari e di cui Tlatelolco fu solo un capitolo e il capolavoro. Nel corso degli anni '70 il PRI, il "Partito-Stato" al potere sin dal termine della Rivoluzione, intensificò la repressione. Le "Brigadas Blancas" fecero a pezzi chiunque osasse alzare la testa. Echeverría fu promosso sul campo a presidente della Repubblica. All'altro carnefice, Díaz Ordaz, fu assegnato nel 1977 il prestigioso incarico di ambasciatore in Spagna (lo scrittore Carlos Fuentes, allora ambasciatore del Messico in Francia, si dimise per non dover condividere la carica con un assassino...).

È chiaro che in una tale situazione la verità su Tlatelolco aveva scarse chance di emergere.

II - LA COMISIÓN DA LA VERDAD

Gli anni '80 furono devastanti per il popolo messicano. La crisi economica, innescata da una dissennata politica di prestiti dall'estero garantiti con il petrolio, aprì le porte ai piani di aggiustamento strutturale valuti dal FMI e dalla BM e attuati da presidenti cresciuti nel mito dei "Chicago Boys". La formula magica fu liberalizzazione economica senza democratizzazione politica, che tradotto significa costringere la gente ad ammazzarsi di lavoro per un tozzo di pane, e senza fiatare. In questo quadro desolante l'unica nota positiva è che la protesta cominciò a dare segni di ripresa e le organizzazioni popolari rifiorirono dalle ceneri. Nel 1988 si costituì un ampio fronte politico di opposizione, il Partido de la Revolución Democratica (PRD), che quasi riuscì a spodestare il PRI, non fosse che quest'ultimo ricorse come al solito ad una frode elettorale su vasta scala. Ma la crisi del "vecchio dinosauro" era ormai in atto ed un contributo decisivo al suo acutizzarsi l'avrebbe dato l'insurrezione zapatista del 1994. Il clima era quindi più favorevole per riprendere il filo della memoria mai sopita del 2 ottobre 1968.

Ho già accennato alla commissione indipendente guidata da Paco Ignacio Taibo II.

Nei suoi atti già si avanzava l'ipotesi che gli agenti governativi avessero sparato non solo contro i manifestanti ma anche contro i soldati, per provocarne la reazione, e che il Batallón Olimpia non fosse stato il solo gruppo di fuoco ad agire. I documenti raccolti dalla commissione dimostravano inoltre che la polizia aveva fatto "sparire" molti manifestanti; che il movimento studentesco era stato pesantemente infiltrato e che alcuni portavoce "radicali" non erano altro che provocatori governativi; che il rinvenimento del presunto arsenale del Consejo Nacional de Huelga (CNH) era solo una montatura (do you remember Genova 2001?). Tra gli innumerevoli episodi descritti nel rapporto, la solidarietà degli abitanti del quartiere che offrivano rifugio agli studenti braccati; l'arresto, pochi giorni dopo il massacro, di alcuni ladri che saccheggiavano gli appartamenti abbandonati dai proprietari terrorizzati: gli sciacalli erano tutti membri della polizia ed erano stati immediatamente rilasciati.

III - LA PACE DELLE TOMBE

Nel corso degli ultimi 10 anni, di pari passo con l'acuirsi della crisi del PRI, si sono succedute diverse ondate di rivelazioni sui fatti del 2 ottobre 1968. Alcune di esse non sono attendibili perché prive di riscontri probatori e/o provenienti da ambienti politico-militari che hanno troppo interesse a rifarsi una verginità o a risolvere antiche rivalità.

Importante è stata senza dubbio la pubblicazione da parte della National Security Agency (NSA) di Washington dei già menzionati documenti segreti dell'intelligence statunitense, declassificati nel 1998. Pur nella loro contraddittorietà e nel silenzio sul ruolo allora giocato dagli USA, tali documenti mostrano con chiarezza tutto il repertorio dei sofisticati strumenti della repressione, la sua brutalità, l'escalation fino al tragico epilogo. E soprattutto dimostrano, se ce n'era bisogno, che il "pericolo rosso", il "complotto del comunismo internazionale", addotto dal governo messicano come ragione necessaria e sufficiente per un "sacrificio umano" di quelle proporzioni, non era altro che un pretesto mortale per liberarsi di un'esperienza scomoda, distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica dai profondi problemi interni e mostrare al mondo, nell'imminenza delle Olimpiadi, un paese determinato, sano, tranquillo. La pace delle tombe.

IV - LOS GENERALES

Nell'ultimo dei rapporti declassificati i servizi segreti americani riferivano, a sei mesi dal massacro, che i generali Gutierrez Oropeza e Ballesteros Prieto, responsabili delle operazioni militari in Tlatelolco, erano stati "sfiduciati" dal ministro della difesa gen. García Barragán. I due capi di stato maggiore avrebbero deliberatamente ignorato gli ordini ricevuti di limitarsi a circondare la piazza, controllare la manifestazione ed impedire il previsto corteo, peraltro annullato dal CNH già all'inizio della riunione. Il siluramento dei due alti ufficiali, una misura amministrativa insignificante ed insultante rispetto a tutto il sangue versato, rispondeva tuttavia a ragioni precise ed inquietanti. Nel loro libro Parte de guerra, il giornalista Julio Scherer e lo scrittore Carlos Monsivais hanno pubblicato le memorie dell'allora ministro Barragán, saltate fuori di recente ma in realtà risalenti al 1978. La ricostruzione che ne emerge ha dell'incredibile. Alla vigilia della grande manifestazione studentesca, il gen. Gutierrez Oropeza inviò 10 cecchini ad appostarsi in diversi edifici che si affacciano sulla piazza delle Tre Culture. Quei "terroristi", così letteralmente li definisce Barragán, spararono sia sui dimostranti che sull'esercito, per provocarne la reazione. Oropeza disse a Barragán di aver ricevuto ordini superiori, se di Díaz Ordaz o Echeverría non è chiaro. Barragán aggiunge poi che furono istruttori statunitensi ad addestrare gli uomini di Oropeza alla controinsurrezione e anche all'uso degli esplosivi: molte intimidazioni "al tritolo" avvenute nel corso del '69 contro sedi di giornali furono, secondo Barragán, anch'esse opera di Oropeza.

Lo storico Carlos Montemayor, autore di ricerche fondamentali sul Messico contemporaneo, si spinge a leggere, tra le righe delle memorie del gen. Barragán, i segni di un duro scontro ai vertici delle istituzioni: il presidente Díaz Ordaz, con la complicità del suo stato maggiore ed il sostegno dei settori più retrivi dell'esercito, sarebbe stato sul punto di usare la "trappola" di Tlatelolco come pretesto per sospendere le garanzie costituzionali e instaurare il coprifuoco nel paese. Un tentativo di "golpe bianco" cui Barragán, ministro della difesa, si sarebbe opposto denunciando, con la rimozione di Oropeza e Prieto, il tradimento di parte dei vertici militari.

V - LE IMMAGINI DELLA MEMORIA

Se le parole possono essere pietre, le immagini colpiscono talora ancor più delle parole.

Lo sapevano bene Díaz Ordaz, Echeverría, Oropeza e tutti i loro attendenti, sicari e scagnozzi che fin da subito si diedero da fare a pestare giornalisti, fracassare e sequestrare attrezzature fotografiche e di ripresa, distruggere rullini e bobine, assaltare sedi di quotidiani e periodici...

Eppure alcune immagini, preziosi frammenti di verità, riuscirono a sopravvivere.

Nel dicembre dello scorso anno, la giornalista Sanjuana Martinez, corrispondente in Spagna del settimanale Proceso, ricevette un pacchetto anonimo contenente 35 foto inedite scattate la sera del 2 ottobre 1968 all'interno dell'edificio Chihuahua dove, al terzo piano, era stato improvvisato il palco del CNH. Sono foto, scattate da un operatore del governo, che ritraggono soldati, poliziotti e agenti in borghese con un guanto bianco ad una mano, la pistola nell'altra, tutti nell'atto di arrestare, trascinare, costringere sotto la minaccia delle armi una moltitudine di gente impaurita, insanguinata, denudata, offesa. Nel corso di una telefonata l'ignoto mittente delle fotografie disse alla giornalista che era venuto il momento di renderle pubbliche, che nonostante la sconfitta epocale subita nelle elezioni del 2000 il potere nefasto del PRI era intatto, che chiedesse a Echeverría chi aveva pianificato e attuato la strage, massacrando uomini, donne e bambini inermi a colpi di baionetta e pallottole esplosive... Corpi squassati e volti devastati da una violenza disumana... gli stessi che fotografò Manuel Rojas de El Universal: le sue immagini sono emerse dalle nebbie della storia solo nel febbraio scorso accompagnate da fredde annotazioni di carattere medico legale...

Se le foto rese pubbliche da Proceso e da El Universal sanno suscitare quell'indignazione e quella rabbia che qualunque essere che si dica umano ha provato, per esempio, di fronte alle immagini del corpo senza vita di Carlo Giuliani e dei ragazzi pestati a sangue nella scuola Diaz a Genova, altre immagini di quel lontano '68 messicano, così vicino, hanno invece contribuito in modo determinante a documentare l'accurata pianificazione del massacro da parte delle autorità.

Secondo la testimonianza resa da Servando Gonzales e García Pineda, all'epoca operatori cinematografici del ministero degli interni, erano ben 6 le equipe di cameraman del governo che filmavano da ogni angolazione la piazza delle Tre Culture. Furono effettuate complessivamente 22 ore di riprese. Tutto il materiale fu portato agli Estudios Churubusco per lo sviluppo e quindi consegnato direttamente al ministro Echeverría... Non si conoscono che pochi minuti di quelle riprese ma quel poco, grazie alla pazienza di due uomini innamorati della verità, oggi può dirci molto.

Carlos Mendoza, direttore della casa di produzione video indipendente Canal 6 de Julio e docente universitario, ed il già nominato Carlos Montemayor, autore fra l'altro di un libro inchiesta proprio sui fatti di Tlatelolco e intitolato "Rehacer la historia", hanno raccolto e analizzato tutto il materiale cinematografico disponibile, hanno ricostruito l'esatta successione temporale delle sequenze e sono così giunti a far chiarezza nelle zone d'ombra che ancora gravavano sulla vicenda.

I documentari "Batallón Olimpia" e "Operación Galeana" (che, con un'operazione coraggiosa e necessaria, vengono riproposti in questi giorni al grande pubblico in una videocassetta allegata al quotidiano La Jornada di Città del Messico) offrono una minuziosa descrizione dello schema repressivo messo in atto dal governo di Díaz Ordaz a partire già dal 28 agosto del 1968. Galeana era il nome in codice dell'operazione militare che aveva come obiettivo l'annientamento cruento della protesta studentesca. Intorno alle 18.00 del 2 ottobre i reparti dell'esercito che presidiano l'intero quartiere di Tlatelolco cominciano a circondare la piazza. Gli uomini con il guanto bianco, gli agenti del Batallón Olimpia, sono ormai presenti in tutti i punti chiave e non solo in prossimità del palco. Sulla terrazza del tempio di Santiago sono appostati alcuni cecchini. Alle 18.10 due bengala: è il segnale che la trappola è scattata. Gli agenti del Batallón Olimpia sparano sulla folla e si gettano sui dirigenti del movimento; i cecchini sparano sui soldati i quali a loro volta cominciano a sparare sui manifestanti e si lanciano all'occupazione della piazza...

Un'esperienza di lotta durata oltre 4 mesi viene schiacciata nel sangue in sole due ore. Un tale grado di "efficienza" presuppone esperienza e segretezza: in pochi dovevano conoscere il quadro di insieme mentre gli esecutori materiali avevano ricevuto ordini "opposti" all'insaputa gli uni degli altri. Semplicemente diabolico.

VI - 1968, OGGI

Nessuno in Messico si illudeva che il tracollo del PRI e l'avvento del PAN potessero significare un reale cambiamento. In campagna elettorale Vicente Fox aveva promesso, per esempio, che l'esplosiva situazione in Chiapas sarebbe stata risolta "nel giro di un quarto d'ora": sono passati 2 anni e nel sud est messicano la militarizzazione non è diminuita, i gruppi paramilitari spadroneggiano, si susseguono quasi quotidianamente gli assassini di simpatizzanti zapatisti e leader di organizzazioni sociali. Allo stesso modo Fox aveva annunciato che una priorità del suo mandato sarebbe stata quella di fare piena luce sulle responsabilità del massacro di Tlatelolco e di due decenni di guerra sporca: i progressi sono per ora troppo timidi per risultare convincenti. La declassificazione degli archivi governativi ha interessato principalmente il ministero della difesa (SEDENA) ed il Centro di Informazione e Sicurezza Nazionale (CISEN) ma i segreti gelosamente custoditi nei sotterranei del ministero degli interni resteranno tali chissà fino a quando. Il tentativo del centro sinistra di creare una Comisión de la Verdad parlamentare si è infranto contro lo scontato rifiuto del PRI che ha però trovato l'appoggio del partito al governo (!). C'è quindi più di un motivo per nutrire seri dubbi sulle reali intenzioni di Fox. La stessa creazione di una Procura speciale incaricata di investigare su Tlatelolco e altre porcherie del passato non è stato un atto spontaneo del governo ma un provvedimento impostogli dalla suprema corte di giustizia e dalle decine di procedimenti giudiziari che negli ultimi anni sono stati intentati da molti sopravvissuti ai decenni della guerra sucia.

Chissà se qualcuno dei responsabili, ora che quei reati sono stati dichiarati imprescrivibili, sarà mai chiamato a pagare il conto... Certo molti messicani avranno brindato a tequila quando, nel luglio scorso, il boia Echeverría è comparso per ben due volte davanti al procuratore speciale Carrillo Prieto. L'ex ministro degli interni ed ex presidente della repubblica, univocamente ritenuto l'ispiratore e l'artefice della strategia della tensione in salsa messicana, si è avvalso della facoltà di non rispondere... ma davanti alle telecamere è apparso un vecchietto raggrinzito e macilento che, visibilmente alterato a causa della folla che gli urlava "Assassino!" e "Dos de octubre no se olvida!", si stringeva alle sue guardie del corpo implorando: "Dite che stiano zitti! Dite che stiano zitti! Fateli tacere!".

EPILOGO

Il 2 ottobre del 1968 terrorista fu il governo. Speriamo che tra 30 o 40 anni non emerga una verità simile per l'11 settembre 2001... Già circolano voci inquietanti...

2 ottobre 2002

Alessandro Nevache (nevake@inwind.it)


IL CRIMINE, DELITTO CHE NON SI PRESCRIVE

I NUOVI DOCUMENTI SUL 2 DI OTTOBRE DEL 68

Il settimanale Proceso e il quotidiano La Jornada hanno reso pubbliche, con grande scandalo, una serie di fotografie e documenti sui fatti accaduti il 2 di ottobre del 1968 in Tlatelolco. Il periodico spagnolo El Mundo ha pubblicato nella seconda settimana di dicembre del 2001 come "esclusiva mondiale" gli stessi materiali che qualche ora dopo avrebbe fatto conoscere il suddetto settimanale messicano. Nel programma televisivo Círculo Rosso (Televisa, Carmen Arístegui e Javier Solórzano) il giornalista di Proceso Pascal Beltrán, rivelò che la novità importante era presentare per la prima volta le immagini dei guanti bianchi che, tutti sappiamo, portavano come contrassegno gli elementi del Battaglione Olimpia che operarono nella tragica sera di Tlatelolco.

È necessario precisare che i pregevoli documenti pubblicati non costituiscono tale annunciata novità, meno che mai un'esclusiva mondiale. Le immagini dei guanti bianchi appaiono per la prima volta nel documentario El Grido (Leobardo López Aretche, CUEC-UNAM), che fu proiettato già nel 1971.

Qualche anno fa, nel 1998, Canal 6 de Julio ha realizzato il documentario intitolato "Battaglione Olimpia/documento aperto", nel quale non solo emergevano immagini in cui apparivano i contrassegni bianchi alla mano di una quindicina di agenti della repressione, ma addirittura mostrava alcune delle fotografie che oggi ci sono presentate come inedite. Tre anni prima che venissero presentate le strombazzate "scoperte" di Proceso e El Mundo quelle immagini erano già note . Due anni dopo Canal 6 de Julio ha realizzato il documentario "Operazione Galeana", che approfondisce il tema, sostiene ipotesi e riunisce tutti i materiali noti - e altri inediti - sulla notte di Tlatelolco. Nello stesso periodo il maestro Carlos Montemayor aveva pubblicato il libro "Rifare la storia" (Ed. Planeta, 2000), che raccoglieva una parte della inchiesta che ha condotto in collaborazione con Canal 6 de Julio sullo stesso avvenimento. Il contenuto sostanziale di "Rifare la storia", insieme ad alcune immagini incluse in "Operazione Galeana" fu pubblicato nelle pagine di Proceso, senza che - a quanto pare - lo leggessero gli stessi editori di questo settimanale. Tuttavia, se la stecca giornalistica del settimanale è notevole, il quotidiano madrileño tocca il ridicolo nel voler arrogarsi una "esclusiva universale" che rivela solo il suo egocentrismo e la sua ignoranza sul tema, visto che afferma, tra l'altro, che "il Battaglione Olimpia era un gruppo paramilitare", (quando è pienamente documentato che si trattava di un raggruppamento costituito da militari in servizio attivo); ignora il ruolo degli agenti dello Stato Maggiore Presidenziale nei fatti accaduti a Tlatelolco, (ruolo conosciuto dal 1999) e stabilisce senza sostegno alcuno che a Tlatelolco sono morte tra le trecento e le cinquecento persone.

Al di là dell'impiego di mezzi por autopresentarsi come cacciatori di esclusive mondiali e di materiali inediti deve esserci la responsabilità di informare e di investigare con serietà i nuovi dati sui fatti accaduti a Tlatelolco. A partire dal 1990 hanno avuto luogo tre successive ondate di rivelazioni di documenti, fotografie e immagini filmiche che non sarebbe estraneo si fossero originate nei circoli di quel potere militare o politico che ebbe gravi responsabilità il 2 ottobre del 1968.

Le fotografie presentate da Proceso e La Jornada offrono un'importante testimonianza visiva su fatti già noti grazie alla testimonianza di alcuni protagonisti; d'altra parte, i documenti consegnati a La Jornada sono pieni di imprecisioni e anche di bugie. Non sarebbe strano che l'intenzione di coloro che hanno consegnato questi materiali ai citati media fosse quella di fuorviare l'opinione pubblica.

Il 30 gennaio del 2002 la Suprema Corte di Giustizia ha stabilito che i delitti commessi il 2 di ottobre 1968 sono imprescrittibili. I progressi noti nell'inchiesta sui fatti di Tlatelolco mettono sul tavolo nomi di militari, poliziotti e autorità civili il cui intervento in questi fatti fu importante. Si tratta dei seguenti personaggi: il Gen. José Hernández Toledo,allora al comando di 1à Battaglione di Fucilieri Paracadutisti che operò in Tlatelolco; il Gen. Ernesto Gutiérrez Gómez Tagle, allora al comando del Battaglione Olimpia; il Gen. Ricardo Careaga Estrambasaguas, allora capitano del Battaglione Olimpia; il Gen. Luis Gutiérrez Oropeza, allora Capo dello Stato Maggiore Presidenziale; il Gen. Carlos Humberto Bermúdez Dávila, allora probabilmente al comando dei commandos terroristi dello Stato Maggiore Presidenziale; Miguel Nazar Haro, celebre torturatore, allora impiegato alla Direzione Federale di Sicurezza, che arrestò e interrogò i dirigenti del Movimento; il dottor Luis Echeverría Alvarez, allora Segretario di Governo.

Il nuovo video del Canal 6 de Julio offre prove dell'operazione militare.


MESSICO 68, UN MASSACRO CONCERTATO

di Elena Gallegos

(La Jornada - Venerdì 29 Settembre 2000)

Era la sera del 2 ottobre 1968. Nella Piazza delle Tre Culture, dove migliaia si erano riuniti, cominciarono gli spari, le grida, la confusione. Dietro una delle guglie del tempio di Santiago un uomo - presumibilmente con un guanto bianco in una mano - azionò un arma. L'obiettivo: il generale José Hernández Toledo, che in quell'istante irrompeva nella piazza al comando del Primo Battaglione Fucilieri Paracadutisti.

Nella versione ufficiale, l'aggressione al generale fu offerta come dimostrazione evidente del fatto che "agitatori professionisti" avevano attaccato l'Esercito. Oggi si sa che il tempio chiuse le porte prima degli incidenti e venne usato come base delle operazioni di uno dei commandos militari, quello appunto cui appartenevano i cecchini appostati sulla terrazza.

Poco a poco il rompicapo è andato risolvendosi e, grazie alle ultime immagini scoperte e ad un'inchiesta durata due anni, esistono prove sufficienti per affermare - come si fa nel documentario "Operazione Galeana" - che ufficiali vestiti in abiti civili hanno sparato sia contro la folla che accorse al presidio sia contro la truppa, in un'operazione architettata dai generali Luis Gutiérrez Oropeza e Mario Ballesteros Prieto.

Costoro, allora capi dello Stato Maggiore Presidenziale e dello Stato Maggiore della Segreteria della Difesa Nazionale, operarono in Tlatelolco per provocare il fuoco incrociato sulla piazza.

Però non è tutto... alcuni corpi di élite dell'Esercito riuscirono ad infiltrare e radicalizzare il movimento studentesco - forse per giustificare la sua repressione - e ciò può registrarsi a partire dal 28 agosto del 68, data in cui venne organizzata la gigantesca marcia che culminò con l'entrata allo Zócalo di migliaia e migliaia di studenti, convocati dal Consiglio Nazionale di Sciopero.

Il filo della matassa

In un programma speciale per ricordare il massacro del 2 ottobre, due anni fa Televisa mandò in onda immagini inedite di quell'avvenimento senza darne lettura alcuna. Carlos Mendoza, direttore del Canal 6 de Julio e professore del CUEC, conosceva praticamente tutto il materiale filmico che era stato diffuso. Per questo i nuovi pezzi di pellicola attirarono la sua attenzione.

Lui e la sua squadra rividero queste riprese quadro per quadro, istante per istante. "E abbiamo trovato il filo della matassa", commenta Mendoza. A queste immagini inedite ne ha potute aggiungere molte di più - addirittura alcune portate da un'inquilina del complesso residenziale -, ha riunito documenti di intelligence, schede emerografiche, relazioni di fonti militari, così come il contributo del generale Marcelino García Barragán, pubblicato nel libro "Parte di guerra", di Julio Scherer e Carlos Monsiváis.

Basandosi su questo materiale, l'inchiesta di Mendoza porta prove per sostenere che furono dati "ordini incrociati" ai differenti corpi delle forze armate che operarono quella sera e che il Battaglione Olimpia - composto da militari vestiti da civili con un fazzoletto o un guanto bianco in una mano come contrassegno - non solo ebbe l'incarico, come molti anni dopo ha riconosciuto l'Esercito, di arrestare i dirigenti studenteschi. No. La sua partecipazione andò molto più in là...


Ordini opposti hanno fatto in modo che si generalizzasse la sparatoria in Tlatelolco

COMMANDOS MILITARI HANNO SPARATO CONTRO LA TRUPPA IL 2 DI OTTOBRE

Canal 6 de Julio è riuscito a ritrovare scene inedite del massacro nella Piazza delle Tre Culture

di Elena Gallegos

Quando nell'ottobre del '98 Televisa ha diffuso immagini inedite del massacro di Piazza delle Tre Culture, il Canal 6 de Julio esaminò alcune riprese particolarmente rivelatrici. Soprattutto, quelle dei cecchini appostati sulla terrazza del tempio di Santiago e quella di un uomo che spara dalla sommità dell'edificio Chihuahua. Inoltre, un paio di riprese in cui pattuglie dell'Esercito si imbattono in uomini in abiti civili - che portano un guanto bianco -, li trattengono e inspiegabilmente li lasciano andare.

Uno di quei gruppi esce dalla porta sud del tempio, dove si trova la base della torre. Gli uomini escono lungo il corridoio verso il muro sudest del convento e, arrivando al contrafforte dello stesso, si imbattono nei soldati.

Questi li tengono sotto tiro. In questo istante, uno degli uomini mostra qualcosa - forse una identificazione -, i soldati abbassano le armi e si fanno da parte. La scena fu trasmessa sezionata e invertita (flippata, direbbero nel mondo del cinema).

Nel documentario "Operazione Galeana" - gli alti comandi dell'Esercito coinvolti nell'operazione del 2 ottobre la chiamarono così -, due anni dopo la rivelazione della scena in questione e grazie ai restanti elementi di cui oggi si è a conoscenza, viene fornita la seguente lettura:

"All'estremità sud della terrazza del tempio di Santiago agiscono tre cecchini, un altro si apposta (sic) dietro le guglie".

"Ci sono movimenti in torno al tempio e al convento adiacente. Nel vertice a sudest vari uomini si mettono al riparo; viene portato via un arrestato; possono osservarsi i contrassegni bianchi...".

In accordo ad una ricostruzione fatta dal segretario della Difesa, generale Marcelino García Barragán - continua il documentario -, in cui viene descritto uno scenario di fuoco incrociato, si può individuare anche il luogo in cui il generale José Hernández Toledo venne ferito. L'uomo dietro la guglia occupava la posizione giusta per sparare sul militare.

La ricostruzione coincide addirittura con la descrizione che fece Gustavo Díaz Ordaz nel 1977: "Bisogna ricordare che il comandante delle forze militari fu il primo a cadere ai primi spari, che non stava brandendo la sua arma, per quanto sarebbe stato logico e naturale. Procedeva con un megafono in mano richiamando alla concordia, all'ordine e alla serenità. 'Veniamo da amici, non veniamo ad attaccare, veniamo per proteggervi tutti...' Cadde colpito alla schiena con una traiettoria chiaramente verticale. Ha ricevuto tre proiettili ed uno, il più grave, gli attraversò un polmone e la pleura. Si è conficcato molto vicino al collo e se n'è andato al fondo del tronco. È sopravvissuto, per nostra fortuna...".

L'inchiesta di Carlos Mendoza, direttore del Canal 6 de Julio e professore del Centro Universitario di Studi Cinematografici (CUEC), conclude che se si considera che il generale Hernández Toledo, che stava alla testa del primo Battaglione di Fucilieri Paracadutisti - insieme al Secondo Squadrone Blindato di Riconoscimento e al Primo Battaglione di Fanteria delle Guardie Presidenziali avevano previsto di entrare in azione nelle vie Insurgentes e Manuel González -, e che aveva ordini precisi di esortare i manifestanti a ritirarsi e di non aprire il fuoco prima di registrare cinque perdite tra i soldati, allora la missione dei cecchini fu, precisamente, quella di causare queste perdite e provocare la risposta della truppa.

Si calcola che dei filmati girati il 2 ottobre - sei équipe di cameraman sotto il coordinamento di Servando González catturarono gli avvenimenti - si conoscono solo sette minuti di 22 ore complessive di girato. Esiste una grande quantità di materiale il cui contenuto non è mai stato visto. Una delle équipe era installata al 19mo piano del Ministero degli Esteri, nell'ufficio che occupava l'allora titolare, Antonio Carrillo Fiori, che in quei giorni si trovava all'estero.

La camera era rivolta verso il basso e fu così che "beccò" i cecchini sulla terrazza. Molti anni dopo, tanto González - che nel '68 lavorava per la Segreteria di Governo, il cui titolare era Luis Echeverría - quanto il cameraman Cuauhtémoc García Pineda rivelarono che, effettivamente, si trovavano quella sera al 19mo piano del Ministero degli Esteri. Canal 6 de Julio ha chiesto - alcuni mesi fa - a questa struttura che gli fosse permesso l'ingresso con lo scopo di misurare e ricostruire le angolazioni. Non ha mai ottenuto risposta.

Secondo la testimonianza di González, uscirono alle quattro di mattina del 3 ottobre dalla torre del Ministero degli Esteri per dirigersi al palazzo del Governo. Il suo capo, il primo ministro, ordinò che fosse consegnato tutto il materiale registrato. Ciò accadde presso gli Studi Churubusco ed il materiale fu portato a Echeverría. Un anno fa, un tecnico di quegli studi ha detto che nessuna delle bobine rimase lì - "Si sono portati via tutto"- e fece il calcolo che dovevano essere più di un centinaio.

Altre delle "nuove" immagini vennero riprese dal sesto piano dell'edificio 11 dell'ISSSTE, altre ancora dalla Vocacional 7 (attualmente è una clinica dell'IMSS ed all'epoca era già stato occupata dall'Esercito), e varie dagli edifici chiamati 2 de April e 15 de Septiembre.

La minaccia "comunista"

La narrazione in "Operazione Galeana" è suffragata da testimonianze di inquilini, partecipanti al presidio - come Eduardo Cervantes - e di coloro che hanno indagato sui fatti, tra di essi lo scrittore Carlos Montemayor. Quasi dal primo momento si seppe della partecipazione del cosiddetto Battaglione Olimpia. Senza dubbio - sottolinea il racconto di Mendoza -, nel rapporto sull'Operazione Galeana, al cui comando era il generale Crisóforo Mazón Pineda, non si specifica la missione di questo raggruppamento e lo si definisce semplicemente come "riserva", senza mai dire che i suoi componenti non portavano divisa militare. Non si parla nemmeno parla del distintivo bianco.

Così come il Battaglione Olimpia aveva, tra gli altri, l'ordine di arrestare i dirigenti studenteschi quando fosse apparso la seconda coppia di luci bengala, da quanto si è appreso dalla testimonianza del capitano di Cavalleria Ernesto Morales Soto, i cecchini avevano lo stesso segnale ma per aprire fuoco, mentre per il 44 Battaglione di Fanteria - appostato a Buenavista - quelle luci indicavano di avanzare verso Tlatelolco. Il 44 Battaglione fu uno dei più duramente attaccati, si afferma nel documentario. Precisamente, gli ordini opposti provocarono il fuoco incrociato. I commandos militari in borghese spararono contro la truppa.

"Relazioni militari e cronache giornalistiche - si precisa nel lavoro del Canal 6 de Julio - raccontano che un intenso fuoco proveniva dagli edifici 2 de April, 15 Septiembre e Chihuahua, ma anche da altri lontani dalla spianata, come Molino del Rey, 5 de Febrero, Rivolución del 1910 e ISSSTE 11. Per la distanza di queste posizioni, la missione dei cecchini non poteva che essere quella di attaccare i soldati in uniforme che si concentravano in quella zona".

Díaz Ordaz si impegnò a mantenere la sua versione, cioè che "agitatori professionisti" inseriti nel movimento studentesco erano i responsabili del massacro. Nella conferenza stampa che ha tenuto nel '77, quando fu designato ambasciatore del Messico in Spagna - le cui immagini Mendoza pure utilizza -, insistette: "Gli spari partirono dalla terrazza dell'edificio Chihuahua. Di là spararono contro i soldati e contro i loro stessi compagni; per il nervosismo del momento e per mancanza di pratica nell'uso delle armi che si erano procurate o che avevano dato loro, non riuscirono a controllare gli spari e non soltanto colpirono e ferirono dei soldati, ma anche i loro stessi compagni".

Dai documenti e dalle relazioni militari lasciate dal generale García Barragán si apprende chiaramente che Díaz Ordaz era al corrente dell'operazione progettata dai capi dello Stato Maggiore Presidenziale e dello Stato Maggiore della Difesa Nazionale. Di fatto, il generale Ballesteros Prieto fu sollevato dal suo incarico alcuni giorni dopo il 2 ottobre dallo stesso García Barragán.

Un altro dei documenti individuati durante l'inchiesta, e che fu preparato dal Dipartimento di Stato USA, precisa: i generali Gutiérrez Oropeza e Ballesteros Prieto eccedettero nelle loro funzioni e cambiarono deliberatamente gli ordini emessi da García Barragán. Al proposito Montemayor afferma: "Le dichiarazioni fatte il 3 ottobre dal generale Marcelino García Barragán possono essere viste in maniera differente: il presidente Díaz Ordaz gli prospetta la sospensione delle garanzie e l'instaurazione del coprifuoco nel paese a causa degli scontri del 2 ottobre. Il generale da quel momento sapeva ormai che i cecchini erano ufficiali dello Stato Maggiore Presidenziale e che si trattava di un tradimento militare.

"La risposta pubblica di fronte alla stampa straniera e nazionale del Ministro della Difesa, in cui affermava che non avrebbe sospeso le garanzie e che il capo delle forze militari era lui, possiamo leggerla adesso come una risposta al tradimento dello Stato Maggiore Presidenziale, una risposta violenta al Presidente della Repubblica e un'affermazione che le forze militari non si sarebbero macchiate di questo tradimento...".

D'altra parte, e in relazione a ciò che si dice nel documentario rispetto al fatto che il 44 Battaglione di Fanteria fu uno di più danneggiati per via degli ordini opposti, in una lettera che il generale di Divisione Javier Vázquez Félix inviò al generale Alfonso Corona del Rosal - e che quest'ultimo pubblica nelle sue memorie -, gli racconta: "Io vidi i morti a terra e addirittura mi diedi da fare quando furono portati via. Esattamente ci furono 38 morti di entrambi sessi nella spianata della Piazza delle Tre Culture e venne ritrovato il cadavere di un bambino di 12 anni in un appartamento del secondo piano dell'edificio Chihuahua. Inoltre morirono quattro soldati del 44 Battaglione di Fanteria...".

Sul numero delle vittime - mai si è saputo realmente quante persone sono morte -, il documentario di Mendoza porta alla luce una relazione del Dipartimento della Difesa USA in cui si legge: "Come è tipico in Messico non ci possono essere cifre sicure sul numero di vittime nella battaglia del 2 ottobre. I rapporti ricevuti parlano di una cifra alta, di 350 morti. I calcoli più attendibili dell'ambasciata stimano la cifra tra i 150 e i 200".

Un altro capitolo si riferisce in specifico ai tentativi dei comandi militari di infiltrare il movimento studentesco. Riferisce che sui giornali del 24 settembre viene pubblicato un articolo in cui si racconta della cattura di Francisco Rodríguez Villarreal il quale nascondeva armi in auto e intendeva portarle a studenti della Vocacional 7. Si è potuto riscontrare nell'annuario dell'Heroico Colegio Militar che Rodríguez Villarreal vi si era diplomato nel 68 come ufficiale di Artiglieria... Ci sono le prove di otto azioni di questo tipo eseguite da militari. Nel documentario si afferma che alcune versioni attribuiscono legami di questi gruppi con un maggiore della Guardia Presidenziale, Carlos Humberto Bermúdez Dávila, che 14 anni più tardi sarà capo dello Stato Maggiore Presidenziale di Miguel de la Madrid Hurtado. Questo è solo uno degli esempi.

Molte domande continuano a rimanere senza risposta. Ma nel 1977 Gustavo Díaz Ordaz si vantava: "Quello di cui mi sento più orgoglioso di quei sei anni è il 1968 perché mi permise di servire e salvare il paese, vi piaccia o non vi piaccia, con molto di più che soltanto ore di lavoro burocratico... vi ho investito tutto: vita, integrità fisica, tempo, pericolo, la vita della mia famiglia, il mio onore e il mio nome nella storia. Tutto si è giocato in quella sparatoria. Fortunatamente ce l'abbiamo fatta...".

Senza menzionarla - prosegue la voce del narratore Mario Díazmercado -, "Díaz Ordaz si riferisce alla minaccia comunista, un fantasma inventato dal suo governo per combattere il movimento studentesco".

In un rapporto del 5 ottobre 1968, la CIA stabilisce: "Non c'è prova certa che l'ambasciata cubana o la sovietica - in Messico - avessero creato i disordini attuali nonostante le ripetute affermazioni del governo messicano in questo senso...".

Il 2 ottobre 1968 ha segnato indelebilmente la storia moderna del Messico. Una manifestazione studentesca fu attaccata. Non si sa quante persone morirono. Da allora, i fatti di Tlatelolco ebbero spiegazioni poco credibili o insufficienti e tre domande non trovavano risposta: Chi sparò in Piazza delle Tre Culture? Chi diede l'ordine? E perché?