La Jornada, 30.07.96

STORIE DI BABELE

di Adolfo Gilly

Il comandante David ha tenuto una conferenza stampa

Ha spiegato lo svolgimento del dibattito ai tavoli di Oventic. Il comandante non cerca frasi ad effetto. Dà spiegazioni chiare affinché lo intendano tutti.

Questa non è un'abitudine da dirigente politico, ma da organizzatore sperimentato che, a giudicare dalla sua età, ha imparato il mestiere molto prima che nascesse lo zapatismo. Ho davanti ai miei occhi una viva conferma che chi dice che l'EZLN è il prodotto di una cospirazione di "izquierdistas" non sa di cosa parla.

Alla maggioranza delle domande il comandante non risponde con parole d'ordine, dirette o evasive. Risponde con un modo di esporre che suggerisce all'altro il compito di pensare la risposta a se stesso; anzi, con l'idea che la risposta si troverà solo attraverso la pratica e col pensare l'esperienza che si vorrà e si saprà vivere tra tutti.

Questo modo di condurre una conferenza stampa denota un modo di organizzare. Come nella vecchia frase, viene da lontano ed andrà lontano.

Ad un lato del gruppo di zapatisti con passamontagna che circondano David, questi fa sedere Eduardo Galeano. Eduardo segue con attenzione ciò che si dice.



Inviato Hermann Bellinghausen, La Realidad, 29 luglio 1996

"È urgente per tutti noi esseri umani pensare cosa faremo ", dice il maggiore Moises inaugurando il tavolo politico dell'Incontro Intercontinentale. E si riferisce a quelli che aspettano una risposta dalla presente riunione: "Abbiamo il compito di indicare, di aprire le loro menti con parole che ascoltino, e che essi pensino e decidano che cosa dobbiamo fare. La nostra parola ci unisce al di là del nostro colore, al di là della nostra razza".

I partecipanti del Messico e di altri paesi vengono ad ereditare qualcosa. Che riguarda la parola. Un delegato del Congo, veterano della lotta di Patrizio Lumumba, condivide senza dubbio l'opinione del maggiore Moises. "Del neoliberismo nei fatti non c'é nulla. Non è un piano del popolo, è un piano dei ricchi che esistono nel mondo".

La festa inizia nel fango, e i visitatori hanno impiegato 16 ore per arrivare qui (incluse le quattro ore per il controllo da parte della polizia di Immigrazione), sotto la pioggia, e le sue conseguenze sulla strada. Sono passate le tre del pomeriggio, i delegati sono arrivati all'alba. Ora ascoltano il maggiore Moises, comandante militare dell'EZLN in questa regione della selva: "Ci rendiamo conto che la nostra parola riesce anche a colpire, serve anche per combattere".

Lo accompagnano il subcomandante Marcos e una decina di membri del CCRI, tra i quali la comandante Trini e il comandante Tacho, che dà il benvenuto agli inumiditi invitati e conduce la riunione. A cavallo sono arrivati gli insorti, quelli del Comitato stavano là. Dietro a loro, uno striscione che hanno dipinto a Guadalupe Tepeyac rappresenta la "nave della speranza", che naviga tra onde che sembrano balene ed è piena di gente di tutti i colori, che saluta. Si vede un Marcos che alza l'arma.

L'emozione dà risposte contrastanti. Molti sembrano preoccuparsi dell'eventualità di poter infastidire ciò' che intuiscono essere il tempo per gli indigeni.

"Nessuno penser per noi", prosegue Moises, "Siamo noi gli sfruttati, i saccheggiati, gli umili, quelli che ci dobbiamo pensare". Riconosce il proverbiale sforzo necessario per arrivare alla Selva Lacandona: "Siete venuti da lontano passando dal mare agli autobus. Siete arrivati fin qui e ciò è importante perché qui siamo al riparo".

"Sappiamo che la polizia di Immigrazione del governo vi ha trattato male, come se fosse proibito viaggiare nel mondo". Il maggiore Moises parla di ciò che è necessario: "C'è da organizzarsi, prepararsi, unirsi".

Poi dice: "È necessario perché è ragionevole", e comincia a piovere. Prima leggermente, poi più forte, la gente sta seduta nella piazza. Nessuno si muove. Continua Moises: "Vi invitiamo ad approfittare di questa pioggia.

Dovete affrettarvi perché dove state, sta per diventare un mare. La pioggia ci dice che dobbiamo pensare, che l'Incontro deve essere un successo".

Quando la pioggia si intensifica, Tacho invita la gente a ripararsi. Gli risponde uno spontaneo: No!, che si trasforma in "E piove, e piove, e piove, e il popolo non si muove!", così quelli che non hanno con sé neanche improvvisati impermeabili si infradiciano.

Montagne di biancheria.

Nel calmo inizio della settimana, ancora sotto lo splendore di un fuoco, i partecipanti all'Intergalattico a La Realidad barcollano, saltano dalla stanchezza e attraversano finalmente la soglia di Aguascalientes, dove dolci anime solidali li conducono al cibo e al luogo dove appenderanno la loro amaca.

Sotto il palco, i giovani di Guadalupe Tepeyac hanno installato un banchetto di semplici ricami, fiori e colori fosforescenti. Il ricamo più grande dice: "Questi lavori sono fatti a mano dalle donne "degne" che prima abitavano a Guadalupe Tepeyac e che oggi vivono in un angolo degno della patria chiamata Selva Lacandona". Lo striscione mostra casette, elicotteri di filato ritorto, soldatini, piccoli abitanti che corrono verso gli alberi, montagne di filo verde.

Tascapani, tovaglie con una stella rossa e quattro ghirlande gialle e viola. In uno si legge (nei ricami la parte più importante sono le lettere, non le figure): "9 febbraio dell'anno 1995, ricordiamo il tradimento del supremo governo che noi, della truppa zapatista, stavamo aspettando l'ordine".

A mezzogiorno, nonostante gli acciacchi che hanno gli invitati, quelli di Guadalupe avevano già 'venduto meta' della loro mercanzia ricamata, secondo le informazioni delle bambine Floriberta e Marisela.

Gente de La Realidad.

Al termine della cerimonia inaugurale, i partecipanti all'incontro hanno ringraziato: "Vediamo quelli che ci hanno accompagnato. Quelli che hanno costruito Aguascalientes. Quelli che preparano il cibo. Vediamo il loro lavoro e il loro affetto. Grazie. Viva la gente de La Realidad. "

Silenziosamente com'era stato fino ad allora, il subcomandante Marcos si ritira con gli insorti ed inizia un "breve atto culturale". Il comandante Tacho informa: "Questo posto è piovoso", e tutti ridono, mostrando di saperlo.

Il gruppo giovanile 9 febbraio canta "L'orizzonte", un altro gruppo balla "El Colas" e un mucchio di bambini tojolabales con cappelli di cartoncino e fucili di legno e bambine col volto coperto e con vestiti colorati salgono sul palco, recitano i versi di "Carabina 30-30" e poi la cantano, in modo che sia chiaro da dove vengono la canzone e parte dello spirito di "L'orizzonte", come gli indigeni hanno chiamato l'inno zapatista. "Con il mio 30-30 sto per marciare nelle fila della ribellione".

Ottengono il loro applauso.

La prima sessione inizia a partire dalle 5 del pomeriggio e per la sera si annunciano balli e luna piena, se la pioggia lo permette. Questa tramontana potrebbe durare ancora un paio di giorni, dicono qui. E poi, non appena suonano i musicisti, si mette a piovere più forte.

(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

Indice dell'Incontro Intercontinentale