La Jornada 24 dicembre 1998

Cresce la frequenza delle ispezioni della Forza Aerea nel municipio di El Bosque

Hermann Bellinghausen, inviato, Alvaro Obregón, Chis., 23 dicembre

Qualcosa puzza di marcio in El Bosque. Qualcosa che non si azzarda a dire il suo nome però sta facendo pagare la sua triste quota di morti, feriti, profughi e perseguitati. Con il "perdono" di Natale, e nonostante le dichiarazioni ufficiali, l'aria qui è carica di tensione.

I corpi della Polizia di Sicurezza Pubblica dello stato hanno iniziato a fare la ronda in questa comunità una settimana prima della imboscata criminale nelle vicinanze di Los Plátanos, che è costata la vita di un bambino, ha lasciato ferite varie persone e due giorni dopo ha provocato la fuga in montagna di tutti gli abitanti di Unione Progresso.

Domenica 29 novembre inaspettatamente si è presentato in Alvaro Obregón un distaccamento di Polizia di Sicurezza Pubblica, dicendo che venivano a proteggere la popolazione, senza che la gente sapesse da che cosa la dovevano proteggere.

Presto si sono riuniti centinaia di abitanti tzotziles intorno ai poliziotti e in modo pacifico li hanno invitati ad andarsene.

La domenica seguente, il 6 dicembre, c'è stata l'imboscata in un remoto paraggio di Los Plátanos. Ore dopo sono apparsi, arrivando dal monte e non dalla strada, 11 agenti di polizia, che hanno detto di essersi persi e hanno occupato la prima casa che hanno trovato.

Secondo quanto testimoniano gli uomini di Alvaro Obregón, i poliziotti davano l'idea di essere stanchi, di essere stati diverse ore in montagna.

"Stavano studiando il territorio", azzarda un uomo che, circondato da decine di persone, acconsente a parlare con me tra la gente.

"O cercavano qualcosa", aggiunge un altro uomo. "Non hanno detto che cosa. Se non che stavano fuggendo".

Ancora una volta, decine di indigeni di Alvaro Obregón hanno accompagnato i poliziotti sulla strada principale, invitandoli ad andarsene. Gli agenti della Polizia di Sicurezza Pubblica se ne sono andati, presumibilmente in direzione Porto Caté, non lontano da qui, dove c'è un distaccamento di polizia e un grande accampamento dell'Esercito Federale.

Alcuni giorni dopo, il procuratore chiapaneco, Eduardo Montoya Liévano, ha giustificato questa presenza della polizia dicendo che le investigazioni per l'imboscata di Los Plátanos avevano condotto gli agenti a questa comunità.

Nello stesso giorno dell'imboscata, il procuratore statale si è affrettato ad accusare l'EZLN. L'organizzazione ribelle ha negato immediatamente l'accusa e ha dato ad intendere che quelli su cui si sarebbe dovuto investigare erano i poliziotti. Gli zapatisti hanno affermato inoltre che in Los Plátanos i priisti si contendono il denaro e l'equipaggiamento che il governo destina ai paramilitari.

Da allora, l'agitazione si è diffusa in Alvaro Obregón. Tutti guardano con diffidenza gli stranieri, e la convivenza tra la minoranza priista e gli "autonomi" (perredisti e basi di appoggio dell'EZLN) si è deteriorata.

In una riunione, i sostenitori del municipio autonomo (e perseguitato dal governo di Roberto Albores dal 10 giugno) San Juan de la Libertad, affermano che c'è un gruppo paramilitare, almeno in Los Plátanos.

"Non sappiamo se ce ne sono in altri paesi", commenta uno degli uomini. "Non sappiamo nemmeno se ce ne sono qui", dice, guardando verso la casa municipale, dove si trova riunito un gruppo di priisti che osservano la scena con attenzione, però senza parlare con i giornalisti.

La comunità di Alvaro Obregón, vecchio bastione della CIOAC, non si trova lontano dal municipio di Bochil.

Un fantasma percorre il municipio autonomo e ribelle San Juan de la Libertad (ufficialmente El Bosque): quello della violenza prefabbricata nelle comunità.

Una combinazione di operativi della Polizia di Sicurezza Pubblica e la presenza sotterranea di un "gruppo civile armato" senza nome, la cui base operativa pare essere l'inaccessibile comunità di Los Plátanos, mantiene in bilico le comunità.

Per chi è inaccessibile Los Plátanos? Per la stampa, le organizzazioni dei diritti umani, gli osservatori internazionali (siano del Peace Council o del Pentagono); e, soprattutto, inaccessibile ai suoi stessi abitanti che, per il fatto di non militare nel PRI, sono stati espulsi circa tre anni fa e da allora non hanno potuto tornare alle loro case e alle loro terre.

In Alvaro Obregón, anche se gli indigeni insistono a dire che la situazione è tranquilla, è palpabile l'agitazione.

Nelle ultime settimane, sono stati frequenti i sorvoli degli elicotteri e degli aerei militari e del governo statale sopra Alvaro Obregón e sopra altre comunità del bel municipio cafetalero di El Bosque, o San Juan de la Libertad. Anche prima dell'assassinio sulla strada di Los Plátanos, dicono gli "autonomi" (che si dichiarano perredisti).

Anche ieri, simultaneamente alla commemorazione del massacro di Acteal in Chenalhó, sull'altro fianco della montagna, un aereo ha pattugliato a bassa quota queste zone.

"Non ci vogliono lasciare in pace", dice, di fronte alla chiesa, l'indigeno che ha parlato per primo, in tono contenuto. Conclude: "Noi non sappiamo nulla di chi ha ammazzato in Los Plátanos, e non sappiamo che cosa vanno cercando qui quelli della Polizia ".


(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)



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