La Jornada 23 dicembre 1998

Si è riunita ieri in Acteal una memoria moltitudinaria

Jaime Avilés, inviato, Acteal, Chis., 22 dicembre

In ricordo degli uomini, delle donne, dei bambini e dei bambini non ancora nati che un anno fa sono stati bestialmente assassinati qui; in memoria di ognuna delle loro grida di panico, in omaggio ad ognuna delle loro molteplici ferite mortali, in tristissima commemorazione delle loro lacrime, circa 10 mila persone si sono riunite questa mattina accanto al sepolcro delle 45 vittime in una cerimonia religiosa che si è prolungata per varie ore. Aiutati per tutto il tempo da Pablo e Salvador, due paramilitari che hanno aiutato ad organizzare il massacro e che si sono pentiti dei loro crimini, che hanno accettato il castigo della comunità e che sono stati perdonati dai sopravvissuti che adesso servono, gli abitanti di Acteal hanno ricevuto da molto presto la visita moltitudinaria, indignata, combattiva e generosa di uomini, donne, anziani e bambini venuti di tutti gli angoli del Chiapas, da quasi tutti gli stati del paese e da molte regioni del mondo.

Durante la messa, diretta dai vescovi "tatic Samuel (Ruiz) e tatic Raúl (Vera)" - così chiamati -, un gruppo di teatro comunitario ha messo in scena una rappresentazione del massacro: mentre gli autentici sopravvissuti pregavano in ginocchio, così come è successo nella storia vera, mezza dozzina di paramilitari li ha mitragliati alla schiena con fucili di legno che tuonavano con razzi e scintille. Solo che a differenza della storia vera, una volta caduti per i secoli dei secoli, i corpi sono stati raccolti non da Uriel Jarquín - ex sottosegretario di Governo del Chiapas, che va ancora in giro libero - ma da una banda di angeli.

Una burla sinistra

Per mia vergogna, non ero ancora stato ad Acteal. Così tardo nel comprendere che un anno fa questo era un villaggio di tre baracche dove c'erano solo abitanti delle comunità vicine, profughi per la violenza paramilitare. Non esisteva la costruzione di mattoni e cemento che oggi conserva le spoglie mortali di Las Abejas come un gran mausoleo con tutta la desolazione del mondo. Neppure c'erano le casette che oggi proteggono meglio dal freddo, ma non dal terrore né dalla fame, gli indigeni che cercano vanamente di difendersi dalla guerra che il regime porta avanti contro di loro.

Orientato dall'indice di Ofelia Medina, penetro in una costruzione di tavole di pino con tetto di lamina di cartone, dove le ombre conservano freschi gli odori della paura. È uno spazio di dieci metri per sei con pavimento di terra coperto di giunchi freschi. La mattina del 22 dicembre 1997 qui pregavano pieni di fervore Las Abejas, implorando che non arrivassero mai i loro carnefici. Tutti, tranne i bebè ed i bambini non ancora nati che dovevano essere passati al coltello, tutti confidavano che a vederli così, inginocchiati, inermi, pregando ad alta voce, con rosari e candele nelle mani, i paramilitari si sarebbero mossi a compassione.

Adesso è già leggenda e presto sarà un mito della cristianità in queste montagne ribelli: quando sono cominciato i tiri, Alonso Vázquez Gómez ha visto cadere la sua compagna con un proiettile nel petto. Allora le si è avvicinato e le ha detto: "Donna, alzati. Donna, alzati". Però dato che lei non reagiva, né dava segno di muoversi o di piangere il neonato che la povera stringeva fra le braccia, Alonso ha esclamato al cielo: "Perdonali, Signore, che non sanno quello che fanno". Ciò detto è morto pure lui, con due proiettili nel cranio.

In questa mattinata di un anno dopo, mentre il sole passa attraverso i 25 buchi di proiettili aperti nelle lamine nere del tetto, le parole di Jorge Madrazo, procuratore di "giustizia" della Repubblica, risuonano pomposamente come una sinistra burla: "I fatti sono dovuti, in gran misura, all'assenza delle istituzioni dello stato".

A solo 200 metri dalla cappella - in linea retta, oltre il burrone nel quale Jarquín e i suoi massacratori hanno buttato i corpi - ci sono un'antenna radio alta 15 metri, una scuola elementare dipinta di marron e bianco ed una strada federale. Assenza dello stato? Un anno fa, proprio sotto questa antenna, lungo il bordo della strada ed all'ombra della scuola, c'era un distaccamento della polizia di Sicurezza Pubblica - quaranta effettivi armati, uomini in uniforme, due comandanti di truppa ed un generale - che stava proteggendo i paramilitari che hanno iniziato il loro attacco alle dieci e mezza della mattina e si sono stufati di mutilare le loro vittime alle cinque del pomeriggio.

Che cosa significano i mocassini?

Dentro la cappella ci sono varie offerte per i morti che nemmeno tutte le gomme arabiche di questo mondo non cancelleranno mai dal libro nero di questo sessennio: un paliacate zapatista, steso al suolo, contiene due manciate di sigarette senza filtro; vicino ci sono una tazza di caffè, un piatto di fagioli e un vassoio con resina. Tutto il resto è silenzio, però dentro al silenzio crepitano le fiammelle di 27 candele e di due grandissimi ceri.

Sopra un tavolo c'è un vassoio pieno di terra scura, ornata di limoni, crisantemi, foglie di qualcosa che sembra il verde e soccoso momón della selva e un pellicano dorme nella sua bianca languidità inevitabilmente poetica. Fin lì si ascoltano le voci dei presentatori, in spagnolo e in tzotzil, che parlano dall'improvvisato altare della messa: "Sono venuti a stare con noi rappresentanti di organizzazioni cattoliche di Stati Uniti, Francia, Guatemala, Spagna, Cile, Svizzera, Ungheria, Romania, Italia e Germania. Sono pure qui fratelli e sorelle di Villahermosa, Tijuana, Torreón, Monterrey, Guadalajara, Xalapa, Tlaxcala, Puebla e di Città del Messico. E anche i nostri compagni di San Andrès Larráinzar, Comitán, Ocosingo, Playas de Catazajá, Tuxtla, San Cristóbal, eccetera".

A ciascun annuncio segue un motivo dei vari complessi musicali che rendono amena l'interminabile eucarestia. Di fronte alla tomba collettiva, il cui tetto è l'altare, c'è un tettuccio di lamine di cartone, dove hanno costruito un secondo santuario per i martiri ed è lì dove i gruppi musicali indigeni suonano melodie con violini e rustiche arpe di legno rozzo, viole ad otto corde e fischietti ad acqua, detti tzul. Alla bellezza insopportabile di questa monotona litania del dolore si aggiungono ogni tanto acute esclamazioni di trombe che finiscono per strappare lacrime.

In un avvallamento, uomini con le gambe nude, avvolti in camicie di tessuto bianco, montano guardia agli immensi pentoloni di peltro, dieci in totale, mezzo tappati con grandi foglie di banano, in cui cuociono in un brodo spesso e grasso abbondanti porzioni di carne, perché per la festa di oggi, gli abitanti di Acteal hanno deciso di sacrificare due tori. A uno di questi custodi del cibo che sarà divorato al tramonto, qualcuno domanda perché non porti cappello. E benché sia abbastanza lontano dall'altare, l'uomo risponde: "Perché siamo in cerimonia". E quelli?, dice il curioso, segnalando quelli che sono al sole con la testa coperta e solo ad alcuni passi dall'interrogato. "Quelli non stanno alla cerimonia ", afferma.

Da Acteal, senza sforzare la vista, si distingue un casolare che spunta sulla cima di un monte a due chilometri di distanza. Là si trova Pechiquil, di là sono arrivati i paramilitari il giorno del massacro e là sono ritornati al cader del sole per ballare ed ubriacarsi per il successo della loro prodezza. Pablo e Salvador, i complici degli assassini che a differenza di loro hanno accettato il castigo simbolico - tre giorni di reclusione - ed il perdono de Las Abejas sopravvissuti, vanno in giro per tutta la festa con i loro occhiali neri, i loro pantaloni cari, i loro denti d'argento e le loro camicie ben stirate.

"Look! Guarda! Attencion, mon amour! Joder, mira!", si allarmano le voci degli stranieri. E nell'aria, più su degli alti pennoni di pino che sostengono le bandiere del Messico, del Brasile, della pace e del Movimento dei Senza Terra, appare, assordando il cielo, un rampante elicottero dell'Esercito. La guerra continua.

Sull'altare, prima della comunione che sarà distribuita dai bambini sopravvissuti, una donna spiega in inglese, tenendo in mano un paio di scarpe: "Questi mocassini degli indios navajo, che io porto di regalo, sono un messaggio di speranza. I mocassini significano la possibilità di continuare a muoversi in avanti. E questo regalo vuol dire che gli indios degli Stati Uniti sono con voi, sorelle e fratelli".


(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)



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