La Jornada, 14/9/99

I militari "sono una guerra"

Per il governo siamo un nemico straniero: delegati dell'EZLN

Presidio di fronte al Palazzo Legislativo di San Lázaro

Hermann Bellinghausen

Secondo i delegati delle basi d'appoggio dell'EZLN che visitano la capitale, il governo li tratta da "nemico straniero", mentre loro rivendicano d'essere messicani. E portano un messaggio ricorrente, in due punti: "Che se ne vada l'Esercito federale dalle comunità del Chiapas e che si adempiano gli accordi di San Andrés", così lo riassume Gabriel, che è quello che parla di più fra i quattro.

Niente che non si sia già sentito, però con un carattere d'urgenza. I quattro indigeni, con i volti nascosti dal passamontagna, vengono dalle due comunità più ferite dalla militarizzazione nelle ultime settimane.

Dovunque si fermino, Gabriel, Veronica, Marín e Luisa sono testimoni dal vivo. A mezzogiorno di ieri, dando la schiena al Palazzo Legislativo di San Lázaro, mentre il segretario di Governo compariva di fronte ai deputati si sono presentati con le loro parole e con la loro semplice presenza, per dire che manca ancora molto per "accerchiare le parole degli zapatisti alle orecchie del governo", come ha affermato Gabriel.

"I militari nella nostra comunità sono una guerra", dirà Veronica.

Questo è ciò che separa le parole del governo federale dalle azioni governative concrete che percepiscono le comunità in resistenza. Parlano nuovamente di pace, quanto più fanno loro sentire la minaccia della repressione e della guerra.


Effetti della militarizzazione

"Noi siamo venuti qui per spiegare la militarizzazione", dice così semplicemente Gabriel, in una intervista con La Jornada. "Ci ha invitato la società civile affinché loro, gli abitanti di questa città, si rendano conto con le nostre parole della verità della militarizzazione in Amador Hernández e anche in San José La Esperanza".

Con voce ferma e con la bocca appena visibile per il passamontagna, Gabriel aggiunge: "Siamo venuti a dire che l'Esercito federale sta distruggendo la selva, contaminando l'acqua. Hanno fatto un campo di elicotteri vicino al campo di mais che iniziava adesso a dare le pannocchie quando l'hanno distrutto i soldati. Per questo raccolto non si può più fare niente. E' perso".

Tzeltal di Amador, Gabriel racconta che quando i soldati si sono installati non hanno presentato nessun avviso. "Niente. Hanno detto che loro avevano diritto di andare dove volevano, che sono l'Esercito Messicano, questo ci ha detto il loro comandante, e noi gli abbiamo detto che abbiamo i nostri diritti come ejidatari e non vogliamo che vengano a distruggere i nostri campi e a bloccarci i sentieri".

Rispetto alle minacce che avrebbero ricevuto gli ingegneri topografi in Amador Hernández, Gabriel racconta: "E' totalmente falso. È un pretesto perché il governo possa mettere il suo esercito, per avanzare sulla comunità di Amador e fare lì la sua caserma".

Quindi "coloro che soffrono di più sono le donne, i bambini ed i fratelli uomini perché non possiamo più lavorare tranquillamente. Siamo abituati ad andare tutte le mattine nei campi con il nostro machete e nostro pozol. Adesso non possiamo più, perché l'Esercito ci arresta per controllare, ci interroga su dove andiamo, chi siamo, a che ora ritorniamo e su che lavoro vogliamo fare. E molti di noi non sanno parlare lo spagnolo", dice Gabriel, assumendo la voce plurale per gli altri. "Ed abbiamo paura che inizino a disturbarci, a picchiarci. Non abbiamo mai dovuto rendere conto a nessuno. Lavoriamo liberamente e torniamo a casa tranquilli".

A questo punto, prende la parola Veronica, mentre passa nelle braccia di Gabriel il piccolo figlio di entrambi, Pedro, che sta calmo durante tutta l'intervista. "Noi donne continuiamo nel nostro presidio in Amador Hernández. Abbiamo protestato pacificamente e continuiamo a resistere lì dove c'è l'accerchiamento militare, esigendo che si ritiri l'Esercito. Noi donne diciamo loro che non abbiamo bisogno della loro presenza, che porta molte cose, come la prostituzione, distrugge il bosco e ci minaccia. Loro muovono le armi come se ci volessero sparare. Noi donne rifiutiamo completamente la presenza dei militari".

Marín poi parla della situazione della sua comunità, San José La Nuova Speranza, dopo "la sparatoria dell'Esercito Messicano, che, come abbiamo già spiegato, c'è stata perché volevano entrare nella comunità".

Afferma che il giorno che se n'è andato da casa sua per venire al Distretto Federale correvano voci che l'Esercito federale "voleva cercare di entrare un'altra volta".

Prosegue: "La gente sta attenta, lavora però meno del normale. Dal 25 agosto non c'è più tranquillità. I compagni che sono stati arrestati sono stati molto pestati, uno alla testa, un altro ha un taglio da machete alla mano e un altro ancora ha una costola rotta. Non possono lavorare, stanno ancora male".

Del suo compagno Herminio, ferito da un proiettile quel giorno, dice: "E' ancora grave. Lo stanno curando, però non si è ancora ripreso bene".


Solidarietà incrociata

In questo atterraggio sulle terre capitaline, i delegati zapatisti hanno suddiviso i giorni, uno con la comunità della ENAH, un altro con i coordinamenti della consulta, FZLN e le organizzazioni sociali e un terzo, con gli studenti in sciopero della UNAM. Riguardo a questo, dice Gabriel: "La società civile ci ha ricevuto bene. E gli studenti lo hanno dimostrato nello Zocalo che rifiutano l'Esercito federale nelle nostre comunità".

E dichiara: "Non accettiamo, come indigeni quali siamo, che il governo ci minacci. Come messicani quali siamo, il governo non ha diritto di minacciarci.

L'Inno messicano che cantiamo, pure l'Esercito lo canta, dice di difendere il Messico da uno straniero nemico. Io non sono uno straniero. Non sono estero. Sono messicano, niente meno che indigeno. Anche loro. Adesso il governo ci considera stranieri, e invece tratta da messicani gli stranieri che portano denaro. E' tutto al contrario.

Siamo venuti a solidarizzare con le altre lotte perché la loro causa è la stessa, per il paese, che non lo vendano, che non lo privatizzino né lo tolgano ai messicani. Gli studenti difendono l'educazione, che deve essere gratuita. Perciò ieri abbiamo detto nello Zocalo che non sono soli".

Veronica parla, mentre impercettibilmente comincia a coprire Pedro, che così si calma.

"Abbiamo bisogno degli osservatori per la pace. Loro vanno a dire le cose. Che il governo ha occupato l'ejido, però paga perché si diano informazioni sbagliate".

Sì, ha detto che gli studenti sono venuti per manipolare i contadini, ad agitarli.

Sì, questo è quello che ha detto continua Veronica con certo fastidio adirato nella voce.

"Però noi da molti anni stiamo resistendo. Se non fossero arrivati lo faremmo lo stesso: rifiutare i soldati".

Interviene Gabriel: "Quando sono arrivati gli studenti in Amador Hernández noi avevamo già ricacciato due assalti dei soldati, e uno nel campo per elicotteri che hanno costruito. Adesso la gente sa che o soldati ci stanno danneggiando".

E dice, speranzoso, mentre Pedro ritorna nelle sue braccia, dormendo beatamente e con i capelli arruffati: "La società civile dice pure al governo che invece di comandare ai suoi soldati, adempia agli accordi di San Andrès, che è meglio che spendere il denaro per far muovere l'Esercito".

In relazione alla lettera aperta del Governo all'EZLN, dicono che questa è stata resa pubblica quando loro avevano già lasciato le loro comunità. "Non abbiamo parlato con i compagni, perché eravamo già in cammino. Dobbiamo sentire che cosa dice la gente dei villaggi. Parliamo solo di ciò che conosciamo. Perciò quando parliamo, lo facciamo per tutte le comunità. Questo è il nostro incarico".

Luisa, che è rimasta in silenzio, dice: "I bambini hanno paura degli elicotteri e degli aerei giorno e notte. Noi abbiamo pensato e scelto per la pace. Questo abbiamo detto ad Albores, che presumibilmente è il governatore dello stato del Chiapas".

Per Veronica, "i militari sono una guerra nient'altro, non importa se il governo manda messaggi. Vogliamo che ci capisca il governo. Restiamo lì perché sono le nostre terre".


Tanto vicino e tanto lontano

Nel mezzogiorno, freddo e opaco, di fronte al Palazzo Legislativo di San Lázaro Luisa dirà con voce calda: "Bisogna darci da fare nella nostra lotta e nel nostro lavoro. Andiamo a lavorare lottando".

Mentre il segretario di Governo compariva di fronte ai deputati, ad un centinaio di metri, sopra un ammasso di pietre che serviva loro da palcoscenico, Gabriel, Luisa, Veronica e Marín si rivolgevano a centinaia di persone per strada. Gli automobilisti suonavano il clacson al vedere gli incappucciati.

In modo simbolico, membri delle organizzazioni civili collocavano filo spinato sulla cancellata di San Lázaro, per ricordare quello che succede in Amador Hernández, giusto mentre Diódoro Carrasco spiegava le buone intenzioni del governo federale.

E Marín dirà, contro l'aria tagliente, guardando verso la Candelaria di los Patos: "Tutti abbiamo un dolore. A tutti duole la vita. Non è possibile che dobbiamo dare la vita per i diritti. Non può essere così".

Il segretario di Governo non è mai stato così vicino (fisicamente) a degli zapatisti in carne ed ossa, e nello stesso tempo così lontano. Perfino del filo spinato li separava. Dagli alti tetti di San Lázaro hanno iniziato a piovere centinaia di foglietti sulla spianata deserta, che stava in mezzo tra il presidio di strada e i funzionari del governo. I volantini dicevano: "Fuori l'Esercito dal Chiapas". E dall'altra parte: "Zapata vive".


(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)



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