La Jornada, 11 settembre 1999

El Tonto del pueblo

di Jaime Avilés

1. Inaccettabile provocazione del rettorato

Tra nove giorni lo sciopero della UNAM compirà cinque mesi. Mai, nella storia del centro di studi superiori più importante del paese, un conflitto aveva portato alla luce una miscela di autoritarismo e inefficienza così grande come quella che il rettore Francisco Barnés de Castro ha tenuto durante quasi 150 giorni di paralisi accademica.

Oggi, quanto la proposta degli otto professori emeriti e la flessibilità del volantino studentesco insinuavano che la soluzione della crisi sembrava vicina, Barnés è tornato a trincerarsi nel Consiglio Universitario per esigere la resa incondizionata del movimento.

Contemporaneamente ha lanciato una nuova provocazione ordinando il licenziamento di 300 professori, presumibilmente legati ai giovani ribelli.

Nelle ultime settimane le correnti democratiche del Consiglio Generale di Sciopero (CGH) hanno realizzato uno sforzo straordinario per neutralizzare il protagonismo golpista dei leader dell'ultra, e contemporaneamente, per stringere accordi con bambini e adolescenti sui quali esercitano un'influenza enorme. Grazie a questo lavoro di convincimento e resistenza, oggi, almeno in 24 delle 38 scuole rappresentate nel CGH, si è consolidata una nuova maggioranza che vuole il dialogo e la negoziazione.

Incapace di percepire questa chiara dimostrazione di maturazione collettiva del movimento, Barnés ha fatto, negli ultimi giorni, tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto dettargli il buon senso: alle insistenti petizioni della nuova maggioranza del CGH affinché nomini una commissione negoziatrice con facoltà risolutive, il più inetto dei rettori della storia della UNAM è tornato a irrigidirsi dettando una sfilza di requisiti tanto assurdi quanto arroganti per condizionare il suo ritorno alla via della soluzione pacifica.

Nessuno potrà negare che l'attitudine di Barnés, così trasparente, non pretende che gettare via il lavoro politico delle correnti democratiche e rafforzare nuovamente le posizioni fondamentaliste della ultra. Si tratta, senza dare adito a dubbi, di far sì che la UNAM continui a rimanere chiusa il maggior tempo possibile per ingigantire la minaccia della soluzione violenta e usarla come un'ombra che oscuri la lotta elettorale.

Da questo, quindi, il licenziamento dei 300 professori, già avvenuto e le voci che augurano il licenziamento, settimana prossima, di altri 300.

Partendo dall'unità che hanno ricostruito le basi studentesche nella CGH e dal consenso che hanno ottenuto i professori emeriti per la loro proposta come base della soluzione, e senza sminuire il rafforzamento del movimento degli accademici, la società civile che agisce all'interno della UNAM, e le diverse espressioni che la accompagnano al di fuori del campus, sono arrivate al momento di concentrare tutte le energie per segnalare a questo pessimo rettore la porta d'uscita ed esigere al Consiglio Universitario la sua sostituzione con una figura che conti sull'appoggio di tutta la comunità, il filosofo Luis Villoro che, come si dice già in ampi circoli, potrebbe essere l'uomo chiave per guidare le urgenti trasformazioni di cui l'UNAM ha bisogno.


2. Chiapas, Timor, Colombia: odiose comparazioni

In cosa assomigliano i governi dell'Indonesia e della Colombia all'amministrazione del presidente Ernesto Zedillo?

Nel fatto che tutti e tre dispongono di organizzazioni paramilitari create dai rispettivi eserciti per sviluppare linee di azione politica al margine della legge.

Contro la maggioranza indipendentista dell'est dell'isola di Timor, oggi scandalosamente bagnata di sangue; contro la potente guerriglia delle FARC nella selva del Caquetá e contro il vigore morale dell'EZLN, i tre regimi usano bande di sicari che configurano un nuovo fenomeno di portata mondiale.

Nei tre casi la paramilitarizzazione fomentata e protetta dalle strutture repressive dello stato compie una funzione parastatale: estende illegalmente il monopolio della cosiddetta "violenza legittima" che il diritto concede ad ogni governo, giustificando così la più aberrante violazione della legislazione internazionale per soddisfarre, unicamente, gli interessi minoritari dei gruppi dominanti.

Utilizzando squadroni paramilitari formati da militanti del PRI appoggiati da truppe di assalto e veicoli blindati dell'Esercito Messicano, il "governo" di Zedillo ha intensificato come mai la minaccia della guerra civile contro le comunità zapatiste della selva e si è valso di questa forma di pressione, legittima sotto tutte le luci, per lanciare, con gran frastuono, una nuova iniziativa a "favore della pace".

Facciamo un piccolo giro del mondo per vedere come è funzionata, in altre terre, la strategia che questa settimana Diódoro Carrasco ha reso visibile tra di noi.


3. Il massacro di Dili

Nell'aprile del 1974 scoppiò in Portogallo la famosa Rivoluzione dei Garofani che mise fine a 50 anni di dittatura fascista. Una conseguenza immediata fu la dissoluzione delle colonie lusitane in Africa e in Asia.

Documenti dell'epoca dimostrano che, allarmato per la svolta imprevista della storia, il segretario di Stato statunitense, Henry Kissinger, invitò i governi dell'Occidente a stabilire un "cordone sanitario" intorno al Portogallo e, dall'altra parte, attivò una politica destabilizzatrice in Angola e in Mozambico per tentare di impedire che queste giovani nazioni indipendenti si integrassero al blocco sovietico.

Nell'ambito specifico dell'ex colonia portoghese di Timor Est, che José Saramago ha descritto come "la metà di una delle 13 mila isole dell'Indonesia", Kissinger si incontrò a Giakarta con il dittatore Suharto nel 1975 e gli raccomandò che la annettesse immediatamente, come effettivamente successe. Durante i 24 anni trascorsi da allora, dopo aver subito una campagna di streminio che liquidò la terza parte della sua popolazione, Timor Est ha lottato senza sosta per liberarsi dal giogo indonesiano e settimana scorsa, con il consenso delle Nazioni Unite, ha celebrato un plebiscito per ratificare il proprio destino come nazione indipendente, ricca di petrolio e situata in una posizione strategica per il traffico marittimo in quella regione del sudest asiatico. La risposta della dittatura di Suharto -senza Suharto visto che il tiranno è stato deposto da una rivolta studentesca nel maggio dell'anno scorso che non liquidò tuttavia la sua struttura di potere- è stata così sanguinaria che il mondo intero oggi la contempla pieno di indignazione e delusione: le bande paramilitari lanciarono nuove minacce a Dili, capitale del microscopico paese, per evitare che i voti del referendum fossero estratti dalle urne e conteggiati dai tribunali competenti.

I paramilitari che il regime indonesiano ha usato con totale impunità per eseguire questo crimine a beneficio dei suoi interessi annessionistici sono, come quelli della Colombia e del Chiapas -loro fratelli gemelli- un nuovo mostro della dottrina di sicurezza nazionale impiantata alla metà degli anni '70 dallo stesso Kissinger.


4. Un'origine comune

Nel 1975 gli Stati Uniti persero la guerra più lunga della loro storia contro l'esercito popolare del Vietnam. La batosta produsse un terremoto nelle viscere del complesso industriale militare di Washington, i cui esperti accelerarono la produzione di "antidoti" per evitare, nell'immediato futuro, il ripetersi di simili sventure per l'impero. Citando documenti del Pentagono, il giornalista Darrin Wood ha scritto minuziosi saggi per spiegarci che la paramilitarizzazione fu concepita come uno strumento ausiliare degli Stati subalterni.

In paesi come il Messico o la Colombia, dove l'estensione territoriale e la profondità della miseria rendono insufficiente la capacità di controllo interno degli eserciti nazionali, il paramilitarismo realizza funzioni preventive: esercita lo spionaggio per alimentare i sistemi centrali di "servizi", agisce come elemento repressivo per limitare le attività ribelli, contribuisce a distruggere il tessuto sociale delle comunità e crea pretesti affinché, nell'ultimo dei casi, le truppe istituzionali intervengano come forze "di pace", reprimendo a destra e sinistra le fazioni civili che lottano con le armi.

Sotto questa logica sono stati concepiti - un esempio tra cento- i paramilitari della Colombia: oggi costituiscono una forza così grande e dinamica che lo stesso governo centrale non ha il potere necessario a gestirle. All'imponente offensiva militare che le FARC hanno lanciato qualche mese fa, i paramilitari hanno risposto con un bagno di sangue di proporzioni gigantesche imitando in certo modo il comportamento dei paramilitari di Timor.

Questo, in fondo, è quello che Diódoro Carrasco vuole per il Chiapas.


5. Paramilitari e Semarnap

Non è tutto pessimismo quello che concerne il Chiapas.

Fino a settimana scorsa, sia il Subcomandante Marcos, che alcuni degli analisti più seri della guerra nelle montagne del sudest erano d'accordo sul fatto che il "governatore" Albores Guillén era una semplice pedina dell'Esercito.

La "lettera aperta" di Diódoro Carrasco all'EZLN ha messo in chiaro che la smisurata pressione militare del regime contro l'ejido di Morelia, ad Altamirano, e contro le comunità che gravitano intorno a La Realidad, così come la repentina importanza dei paramilitari priisti in entrambe le zone, formano parte di una strategia che - ancora - viene sviluppata con l'assenso e la supervisione de Los Pinos.

A questa visione contribuiscono alcuni documenti che l'organizzazione ecologista Maderas del Pueblo mi ha appena consegnato. Il 17 agosto, in effetti, questo gruppo ambientalista che si è distinto per il suo lavoro nella selva de Los Chimalapas, ha scritto una lettera a Julia Carabias, ministro dell'Ambiente, Risorse Naturali e Pesca (Semarnap), per chiederle perché nei lavori di riforestazione intrapresi dall'Esercito nella riserva di Montes Azules, cuore della selva Lacandona, si stessero piantando esclusivamente alberi di cedro rosso, che rischiano di dar vita a "piaghe monospecifiche" che devasterebbero altre specie vegetali. A nome di Carabias ha risposta María Huacuja, portavoce ufficiale del ministero, che ha segnalato che questi lavori aspiravano solo a contrarrestare gli effetti degli incendi del 1998 a Montes Azule. Per gli esperti di Maderas del Pueblo questo argomento è una vera falsità perché lì dove il Ministero della Difesa ha introdotto 7 mila cadetti riforestatori, il fuoco apocalittico dell'anno scorso non ha causato danni. Tuttavia i giovani militari sono stati inviati a coprire punti di importanza strategica per appoggiare un'eventuale offensiva di guerra contro le comunità ribelli.

Alla luce di queste prove è chiaro che l'Esercito non agisce da solo in Chiapas: lo aiutano istituzioni come la Semarnap e gli Interni che sono, chi può negarlo, appoggiati dai paramilitari.


6. Zedillo non molla il palazzo

Il prossimo 15 settembre, a differenza dei suoi predecessori, il presidente Zedillo non andrà a Dolores Hidalgo a lanciare il quinto Grido di Indipendenza del suo mandato. La rottura di questa vecchia e cortigiana tradizione può avere solo una spiegazione meschina. Se il titolare dell'Esecutiva federale non andrà al piccolo paesino del Guanajuato non è a causa dell'avversione che sente per Vicente Fox, ma perché è terrorizzato dall'idea di cedere il balcone centrale del Palazzo Nazionale al capo del Governo del Distretto Federale, come da usanza, perché non vuole nemmeno per scherzo che lo Zocalo, la sera di mercoledì prossimo, sia presieduto da Cuauhtémoc Cárdenas.

Sicuramente morto dal ridere per la ridicola prevenzione del Presidente, Cárdenas si prepara a leggere la sua ultima relazione di governo venerdì 17 e qualche giorno dopo rinuncerà alla sua carica per dedicarsi interamente alla sua campagna.

tonto@jornada.com.mx


(tradotto da "si.ro" si.ro@iol.it Associazione Ya Basta! Per la dignità dei popoli e contro il neoliberismo - Lombardia)



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