La Jornada dell'8 maggio 1999, editoriale

Chiaroscuri del discorso presidenziale

Durante il suo incontro con i parlamentari spagnoli, organizzato nell'ambito della decima Riunione Interparlamentaria Messico-Spagna, il presidente Zedillo ha fatto diverse annotazioni in relazione con la situazione che si vive in Chiapas e con l'attitudine e la posizione del governo federale di fronte al sollevamento zapatista, alle richieste dei popoli indigeni e alle circostanze politiche, sociali ed economiche che attraversa questo stato della Repubblica.

Prima di tutto il presidente ha rilasciato una serie di dichiarazioni benaugurali nel senso che il conflitto chiapaneco deve risolversi per mezzo della via politica, attraverso il dialogo e l'accordo ed ha affermato che trovare risposte alle cause sociali che hanno dato vita al conflitto è un obbligo dello Stato messicano. In più ha segnalato che la risposta dello stato di fronte all'insurrezione zapatista non è stata di indole violenta, repressiva o bellica ed ha ripetuto che il suo governo non userà "la forza delle istituzioni" per risolvere i gravi problemi che esistono in Chiapas.

Sicuramente è positivo che il capo dell'Esecutivo si manifesti a favore di una soluzione pacifica e negoziata - e non militare - del conflitto chiapaneco e riconosca che sono state le gravi ingiustizie sociali che opprimono i popoli indigeni del Chiapas le cause che hanno motivato l'insurrezione zapatista del 1994.

Tuttavia nel collocare nella sua giusta dimensione la partecipazione e la responsabilità delle autorità (sia federali che locali) in questi fatti, non bisogna dimenticarsi che, come prima cosa, il processo di pace in Chiapas si trova sospeso esattamente per l'inadempimento ufficiale degli accordi di San Andrés e per il rifiuto del governo federale di accettare la proposta di legge della Cocopa in materia di diritti e cultura indigena.

Allo stesso modo, le gravi tensioni e gli scontri sociali che si registrano ogni giorno in Chiapas hanno avuto origine, in buona parte, nelle azioni o nelle omissioni governative. Basta ricordare le aggressioni contro i municipi autonomi avvenute nei mesi scorsi, la campagna scatenata contro la presenza in Chiapas di organizzazioni ed attivisti stranieri difensori dei diritti umani e le forti pressioni a cui è stata sottoposta la Conai da parte di istanze legate al potere pubblico.

Il massacro di Acteal, d'altra parte, non ci sarebbe stato se i governi statale e federale avessero compiuto il loro dovere di disarticolare i gruppi paramilitari che operano in Chiapas, molti dei quali - secondo le numerose denunce e testimonianze - sono stati persino armati e tollerati dalle stesse autorità.

Così il governo del presidente Zedillo farà bene a tradurre in fatti la sua disponibilità al dialogo e la sua attitudine a favore della pace manifestate di fronte ai parlamentari spagnoli. Per questo sarebbe pertinente ridurre la presenza militare in Chiapas, castigare secondo il diritto i membri dei gruppi paramilitari e i loro istigatori - poiché nella maggior parte dei casi rimangono impuniti - e avallare una volta per tutte gli accordi di San Andrés con l'accettazione della proposta di legge redatta dalla Cocopa.

Prolungare la situazione di stagnazione in cui si trova il processo di pace in Chiapas, ancor più mentre si avvicina un periodo elettorale che risulterà cruciale per il futuro del paese, è rischioso sia nell'ambito umano e sociale che in quello politico ed economico.

Se il governo federale è veramente deciso a raggiungere attraverso il dialogo una pace giusta in Chiapas, gli tocca fare il primo passo.


(tradotto da "si.ro" si.ro@iol.it

Associazione Ya Basta! Per la dignità dei popoli e contro il neoliberismo - Lombardia)



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