07.11.1999

Guerra di bassa intensità, conservazione del potere

dalla rivista Proceso n. 1201, di Javier Sicilia

Karl Von Clausewitz, il teorico della guerra, affermava che questa "è la continuazione della politica con altri mezzi". La frase è suggeritrice e può avere un'infinità di interpretazioni. Io vorrei prenderla per il suo senso immediato e chiedere se lo stato attuale in cui vive il Messico, e la possibilità, per niente remota, che il PRI rimanga al potere nell'anno 2000, è una forma della guerra attraverso cui il regime che si sta discomponendo cerca di perpetuarsi.

Spesso si pensa che la guerra è solo un combattimento armato. Ma in realtà questo è solo uno dei suoi sintomi, la sua espressione più evidente, come quando il corpo malato si palesa attraverso l'aumento della temperatura. In fondo, la guerra è una malattia: uno stato di permanente violenza che acquisisce la propria espressione sintomatica quando qualcuno, all'interno del corpo sociale, decide di alzare la mano per fermarla. In questo senso l'EZLN, l'EPR e l'ERPI, sono, come qualche volta li ha chiamati il subcomandante Marcos, sintomi di un male più grande; lo stato di violenza (espropriazione degli spazi di lavoro e di educazione, distruzione dei campi, emarginazione) che il regime ha instaurato nel centro della vita civile.

Il governo ha voluto dirci che questi sintomi sono solo esplosioni locali e focalizzate (come nel caso dell'EZLN) o esplosioni di "patologia ideologica" (come in quelli dell'EPR e dell'ERPI), secondo la qualificazione data dal ministro di Sicurezza Pubblica Jorge Tello Peón. Ma si sbaglia. Non solo la simpatia che causano le richieste dell'EZLN in buona parte della popolazione esclusa dalla violenza economica del regime e la crescita e la virulenza dell'EPR e dell'ERPI in altre parti del territorio parlano di una malattia che non è locale, né pura "patologia ideologica", ma anche altri sintomi che, senza essere tanto evidenti come denuncia e combattimento, non sono meno indicativi della malattia che il paese soffre: la lotta universitaria e l'aumento della delinquenza. La prima, come un'espressione organizzata civilmente della protesta contro l'usurpazione degli spazi gratuiti per l'educazione e contro la distruzione del "che fare" universitario come forma del pensiero critico e libero; la seconda, come un'espressione caotica e oscura dell'assenza di lavoro, della distruzione di spazi di identità umana, dell'esaltazione della concorrenza e del denaro.

Quello che si può dedurre da tutto questo è che il regime, a partire da Miguel de la Madrid e in funzione del modello neoliberista è andato espropriando le forme in cui la vita civile si sviluppa, ha incrementato, invece, l'insicurezza della popolazione generando, con questo, una sintomatologia che permette di articolare una strategia di guerra di bassa intensità per sostenersi, allo scopo, come dice Clausewitz, di continuare la sua sopravvivenza politica attraverso la guerra.

Questa guerra ha due forme. Primo: la mobilitazione dell'esercito verso le zone del sudest del paese con il pretesto di mantenere la sicurezza nazionale, la creazione di nuove forze di sicurezza pubblica come la Polizia Federale Preventiva e le proposte di riforma per l'indurimento delle leggi, tra le altre. Secondo, la creazione di uno stato di psicosi sociale rispetto i sintomi della violenza. Il cittadino, sottomesso allo scandalo dell'insicurezza, che i mezzi di comunicazione magnificano a destra e a manca, installata nella sua psicologia il terrore, la paura dello spazio pubblico, il sospetto dell'altro e, facendolo, sbaglia nella scoperta del male.

In questo modo il regime ha creato in buona parte della coscienza della cittadinanza "l'assioma" per cui la maniera di costruire lo Stato di diritto, non è creando pace, che nel suo aspetto attivo e costruttivo sarebbe un cambio di regime che implicherebbe una giustizia sociale per tutti, il controllo sociale dei poteri politici, il rispetto dell'autonomia di ogni persona, l'accesso all'educazione e al lavoro, ma creando la sicurezza che implica maggiori forme di controllo armato e di terrore.

Altrimenti perché questa passività del regime per risolvere il problema dell'UNAM e questo tentativo di far sì che gli ultra e i moderati si scontrino tra loro? Perché questa guerra di bassa intensità in Chiapas, Oaxaca e Puebla in cui dal gennaio del 1998 all'aprile del 1999, secondo il rapporto di "Il processo di guerra in Messico 1994-1999: militarizzazione e costo umano", 3 quaderno, realizzato da varie ONG hanno perso la vita 234 persone in assassinii selettivi? Perché in Chiapas si divide la popolazione, si formano guardias blancas e si obbligano le popolazioni allo sgombero? Perché si magnifica lo stato di insicurezza sociale attraverso i mezzi di comunicazione?

Esiste una semplice e sincera ragione di fondo: perpetuare l'insicurezza, mantenere la guerra e rimanere al potere. Magnificati i sintomi della violenza, instaurata la paura nella cittadinanza, riarticolati e generalizzati gli apparati di controllo e di repressione, ciò che rimane è il voto della paura. Il dottor Zedillo è arrivato così al potere, perché non dovrebbe arrivarci così anche il prossimo?

Il regime ha scommesso sulla sua continuità e per quello continuerà la guerra a qualsiasi costo. E' così convinto del valore della violenza che è la base e la forza del suo modello economico e la continuazione della sua esistenza politica.

Inoltre penso che si debbano rispettare gli Accordi di San Andrés.


(tradotto dall'Associazione Ya Basta! Per la dignità dei popoli e contro il neoliberismo - Lombardia)



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