Armando Gnisci

MANIFESTO DELLA RIBELLIONE OCCIDENTALE

SCRITTO DA UN LETTERATO ITALIANO

Cosa può dire un letterato - sono un comparatista universitario europeo occidentale - che possa risultare utile e a favore della dignità e della resistenza degli oppressi di oggi nel mondo?

Credo che anch'io, con la mia cultura e la mia azione formativa sui giovani, con il mio destino (di migrato dal Sud al Centro dell'Italia - a Roma - alla metà degli anni '60, di un quasi-borghese sempre più calamitato verso la povertà) e la mia tenacia nel provare sempre a rovesciare il gioco del potere, con la capacità di spostare cultura e destino verso il folto dove stare insieme con i miei compagni di mondo: creoli, meticci, migranti, oppressi, disoccupati, clandestini e ribelli, credo, insomma, che anch'io possa portare il mio contributo al colloquio mondiale dell'utopia attiva e alla ribellione contro il disumano, intendendo la ribellione come " la più alta forma di civiltà, la guerra contro chi violenta l'umano". ( A definire la civiltà in questo modo non è stato un rivoluzionario di professione, ma il filosofo del liberalismo Karl Popper ).

Il piccolo manifesto che vi invito a leggere proviene da questa vicenda e da queste intenzioni. Ha il taglio logico e retorico, i contenuti di pensiero e il discorso di speranza e mobilitazione di un letterato europeo dei nostri tempi. E' quello che io so, posso e debbo fare e offrire a un ascolto che desidero ( e che possa essere veramente ) mondiale.

L'Occidente non esiste più. Esiste un Nord dell'umano e del mondo che sottomette - in ogni senso - e sfrutta il Sud, dovunque e altrove - come dicono i poeti.

Questo Manifesto parla di "occidentale" perché è scritto per muovere alla ribellione le donne e gli uomini di cultura d'Europa. E l'Europa è il solo Occidente che sia rimasto tale, nel Nord. Ora che gli Stati Uniti segnano l'asse mondiale centrale bifronte, sull'Atlantico e sul Pacifico, della carta del mondo e che del Nord, insieme a noi "vecchi" occidentali, fa parte anche quello che ancora è chiamato "estremo Oriente", il Giappone e le varie "tigri" del Pacifico.

Raccontano da tanto tempo che la storia dell'Occidente è fatta di epoche e discontinuità, di ere e rivoluzioni, di evi e periodi, di paradigmi ed episteme che cambiano.

Sui tremila anni all'incirca, calcolabili all'indietro muovendoci da oggi, - ecco un sano, scientifico, comparativo e mondiale uso calendariale, da usare al posto di quelli delle religioni monoteistiche medio-occidentali mediterranee - che formano la storia non-mitica e sufficientemente conosciuta e tramandata dell'Occidente, possiamo, piuttosto, proiettare un'ipotesi conoscitiva diversa da quella delle faglie epocali. L'immagine di una processione.

Età mitica-arcaica e polis, Ellenismo e Roma, Impero e Cristianesimo, Decadenza e Caduta, Medio-Evo, ecc., formano, insieme alle altre tappe che portano fino ai tempi attuali, una successione che va interpretata tanto nei suoi tagli che nella sua continuità. Per poter essere impugnata e servire alla levata del futuro, e non soltanto da argomento di saggistica accademica.

E quindi, a fianco alla visione delle epoche e delle "fratture epistemiche" alla Foucault, bisogna allegare una lettura della processione (il progresso è un'altra cosa e va tenuto a distanza da questo ragionamento).

Come è pensabile la storia occidentale dal punto prospettico della processione? E quale può essere la regola di questo procedere? Proviamo a proporne una. Si tratta di una processione di: a) innesti (Roma dentro Atene, così come prima Atene dentro al Mediterraneo egizio e orientale,ecc.); b) assimilazioni (il Cristianesimo assimila l'imperialismo ecumenico romano e la filosofia metafisica ellenica, il Germanesimo assimila la latinitas, ecc.) e c) riprese (rinascenze e rinascimenti, classicismi e neo-classicismi, ecc.).

Questa processione si accentra e potenzia dapprima intorno a due fuochi in equilibrio/conflitto tra di loro: la tradizione romano-germanica dell'Impero universale e la Ecclesia Cattolica Apostolica Romana. Esse formano un "sistema" che diventa nei secoli l'identità europea, un accumulo implosivo di forze che poi abbiamo chiamato "eurocentrismo"; contenuto ad est e a sud dall'Islam e dalle mitiche lontananze indiane, cinesi e del Cipango, a ovest dal bordo atlantico dell'abisso oceanico.

Con la scoperta/conquista del Nuovo mondo delle Americhe, a mio parere, abbiamo la prima vera mutazione antropostorica (e non solo epistemica) dell'Occidente europeo. Non si tratta soltanto di: meraviglia di fronte al nuovo, acquisita certezza della rotondità concreta della terra e del fatto che stiamo su di un pianeta circumnavigabile e, quindi, finito, ecc. Non solo questo accade. Accade, in oltre, qualcosa di imprevedibile e mutante: lo scatenamento urbi et orbi/universale della compressa volontà di potenza dell'eurocentrismo condensata intorno al super-innesto cristiano/imperiale.

Lo straniero non è più un nemico da combattere, affrontare, cercare di convertire, con cui mercanteggiare e trattare diplomaticamente, da subire.

L'altro da noi adesso si affaccia come assoluto imbecille: può e deve essere sottomesso - come se si trattasse di animali e piante - rapinato, estirpato, schiavizzato, distrutto, dilaniato e cancellato. Può essere manomesso come si vuole, ad maiorem Dei et Europei gloriam. A questo serve, finalmente, la grande macchina "civile" eurocentrica, accumulata d'energia per 2 millenii e in folle da secoli: a dare ragione alla ragione classica (Aristotele). In nome di essa è possibile,a questo punto di svolta della storia, affermare con certezza che esiste un'umanità che nasce libera ed una che nasce schiava, minore, vittima e sottomessa. La prima può manomettere la seconda a suo piacimento: la seconda è assolutamente terrestre, e non solo logica, ed è a sua disposizione, fin dall' origine.

La regola della processione di innesti-assimilazioni-riprese viene rimossa; è necessario smanettare la pulsione ad assoggettare, destituire e distruggere, al di là della logica della guerra. La guerra si fa, o si è costretti a farla, contro un nemico. Nelle Americhe, così come nell'Africa nera e poi in Australia, non ci sono nemici, ma solo umanimali, schiavi-vittime, in attesa da sempre di veder compiuto il proprio destino di sconfitta minorità. Montezuma e gli Aztechi attendevano il ritorno del dio Quetzalcoaltl e lo riconobbero in Cortès.

Il così detto Potere spirituale non confligge più con quello dell'Impero e, al di fuori d'Europa, con il nemico-Islam; ora converte i sottomessi alla religione universale che li concilia con i liberi e potenti, perché ha cura di loro, essendo tutti gli uomini uguali davanti a Dio, e cioè nell'al di là. Nell'al di qua ciò che importa è di con-vincerli. Non di stare dalla loro parte, ma di accoglierli nel seno ecclesiale universale.

Da allora l'eurocentrismo è dilagato per la terra autoproclamandosi Civilizzazione universale. Essa forma il tappeto sul quale procede imperialmente il Nuovo Dominio Totale: il grande motore del Capitalismo messo a punto, oliato e perfezionato nei laboratori della Tecnica e nella private sale delle Banche. Esso oggi non ha più avversari ed è chiamato

anche Neo-liberismo.

La Modernità è la nuova fase nella quale arriva a compimento, accelerata e inarrestabile, questa conquista-esplosione-totalizzazione della volontà di potenza dell'Europa ben centrata su di sé e così resa pronta ad espandersi.

Gli artisti, prima legati alla tradizione, alle corti, a Dio e a qualche inquietudine, ora smettono di vedersi come rinnovatori dell'antico e si proclamano a favore della Modernità, assumendone i trionfi e le lacerazioni.

La Modernità avanzata, nella quale viviamo - oggi che scrivo, 16 giugno del 1997, secondo il calendario cristiano universale - ha creato e lasciato al Museo e all'Accademia la conservazione e il restauro della tradizione, ormai cadaverica. Essa non (si) rinnova più riprendendo il fiume del passato e facendolo rinascere, ma si interroga a partire da una nuova condizione epistemica: quella della postumità. Non è più quella che la stessa tradizione "classica", fin dal suo avvio storico, aveva invocato: quando Socrate/Platone affermano che la sophia è perduta e che da allora (da loro) in poi si può solo filosofare; quando Aristotele inaugura la storia della filosofia, affermando che delle "antiche verità" ai suoi tempi esistevano ormai solo tracce e quando i pensatori medioevali tramandano l'immagine di sé come "nani sulle spalle di giganti", rispetto ai sapienti antichi.

La postumità, nei nostri tempi, sembra essere diventata necessaria ed è proiettata al di là della successione storica. Molti, tra i così detti intellettuali umanistici, la trovano addirittura liberatoria e la chiamano condizione post-moderna

Il mondo conquistato dalla volontà di potenza eurocentrica - ormai centrifugata e spalmata sul globo - è ora in vista di una nuova epoca. Sulla scena appaiono le immagini del futuro che avanza: il Nord ricco e potente domina e spreca il Sud e la terra intera. Alla concreta efferatezza di questo Brave New World si contrappone una diaspora utopica di chi pratica la decolonizzazione di tutti con tutti, la creolizzazione delle menti e delle culture, la resistenza delle differenze e la ribellione.

La prima immagine, alla quale apparteniamo tutti per forza, porta a un destino dell'abisso e alla destituzione dell'umano e del terrestre. La seconda, che è una speranza dispersa in tanti nidi, porta a una inevitabile opposizione alla prima, a favore di una umanità imprevedibile, conciliata e sana, in accordo con la terra.

La seconda veduta impone forme di azione e non solo di riflessione a tavolino. La prima, infatti, è una enorme macchina in movimento senza sosta e respiro. Non può fermarsi e non può essere fermata. Può solo essere aggredita. Ma chi e come può ribellarsi, oggi? E fare utopia e contrasto? E con quale cultura/educazione, che non sia mera accademia o prostituzione mercantile?

La classe ribelle occidentale fino alla Modernità è stata sempre, e sola, quella contadina, che non era presente alla riunione della Sala della Pallacorda, all'inizio della Rivoluzione francese, come ci ha ricordato il grande storico G. Duby. Ma i contadini e il loro mondo sono ricordi, ormai.

Il grido: Freedom & Land!, Tierra y Libertad! risuona (fortunatamente, ancora) altrove: nella rivolta zapatista all'inizio del secolo ed ora in quella rinnovata degli indios del Chiapas o nel movimento dei Sem Terra in Brasile. L'ultima volta in Europa si è sentito nell'infelice guerra civile di Spagna, come ci ha ricordato Ken Loach in un film semplice, perfetto e indimenticabile.

La classe operaia è un fantasma in via di disoccupazione generale e i suoi ex-partiti si sono liquefatti o trasformati tanto da rinunciare alla falce contadina e al martello operaio. Siedono ormai alla destra del Grande Padre e ne amministrano i poteri/servizi pubblici.

Ribelli oggi in Occidente possono essere gli oppressi, i destituiti, i portatori di gioventù utopica e certi umanisti, sparsi e perplessi, clandestini e rimossi. Ma inconciliabili. Quelli che sanno che ormai bisogna passare all'azione comunitaria. Nessuno possiede la parola messianica, per sapere che cosa fare servono colloqui e luoghi comuni (nel senso dato a questa espressione dal grande scrittore caraibico Edouard Glissant ), alleanze, cooperazioni, complicità e intese.

Questo piccolo manifesto, scritto da un letterato, serve a far sapere in giro per il mondo che qualcuno è pronto, e, se ci riesce, a rendere pronti, o per lo meno attenti, anche altri, in occidente.

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