Contributo del Collettivo Precari di via dei Transiti 28, Milano al

Secondo Incontro Intercontinentale

per l'Umanità e contro il Neoliberismo,

Spagna - 25/7-3/8

Facciamo un riassunto della cronistoria e delle iniziative svolte dal collettivo, per poi passare ad una riflessione sui nodi politici e le difficoltà che stiamo affrontando.

Il collettivo nasce nella primavera del 1996 sulla base di varie spinte.

Anzitutto la volontà di impostare un intervento sui temi del reddito e del lavoro, da parte di una variegata composizione di compagni e compagne prevalentemente impegnate in lavori precari ed "atipici".

Alla base di questa volontà ci sono due convinzioni. La prima è che chi vuole cambiare questa società non può sottrarsi, come spesso viene fatto, dal tentare di agire in un ambito così importante, anche se difficile, come quello del lavoro e del reddito, a partire dalla messa in discussione dei rapporti di sfruttamento dal loro stesso interno. La seconda convinzione è che la precarizzazione e la flessibilità si estendono a quote sempre maggiori del mercato del lavoro, con punte maggiori fra le donne o gli immigrati, e condizionano e connotano sempre più pesantemente le stesse posizioni lavorative più stabili e tutelate. Questo processo è stato il frutto non solo di uno sviluppo del sistema produttivo e della organizzazione del lavoro che ha investito tutto il mondo cosiddetto avanzato, ma anche di precise politiche dei governi avallate dai sindacati e dai grossi partiti di sinistra. Alla base di queste politiche c'è l'assunto falso che flessibilità e deregolamentazione producono occupazione, mentre in realtà servono a garantire i profitti dei padroni e soprattutto a realizzare il totale controllo della forza lavoro. I partiti della sinistra istituzionale ed i sindacati hanno avallato questa filosofia neo-liberista contribuendo a farla diventare pericolosamente senso comune fra la gente, soprattutto in un periodo di crisi occupazionale e di diffusa paura sociale che in Italia investe anche le aree più sviluppate del nord.

Ultimo passaggio di questa politica in Italia è stato il varo del patto per il lavoro, frutto di accordi fra sindacati, governo ed industriali, che incentiva una serie di forme di lavoro precario e soprattutto introduce per la prima volta in Italia il lavoro in affitto. A questo si aggiunga l'esistenza in Italia, secondo statistiche ufficiali, di circa 4 milioni di persone che lavorano in nero.

Alla base della nostra decisione di avviare l'esperienza del Collettivo Precari, c'è stata anche la volontà di dare sbocco alla polemica prodottasi nel movimento sui temi del post-fordismo, del no profit e dell'impresa sociale, polemica che proprio da Milano era partita, ma ponendosi sul terreno della critica pratica e quindi della concreta proposta politica.

In questa polemica era emersa una posizione che individuava come carattere distintivo del post-fordismo l'emergenza di un nuovo soggetto sociale auto-imprenditoriale, comunicativo, creativo e cooperante, esemplificato in modo paradigmatico dal lavoro autonomo eterodiretto di seconda generazione, o dalla crescente incorporazione nello stesso lavoro dipendente dei caratteri salienti del lavoro autonomo. Sulla base di tale premessa, l'impresa sociale e la sperimentazione di spazi di cooperazione produttiva sganciata dal mercato, venivano individuati come possibili forme di organizzazione conflittuale di questo nuovo soggetto sociale, forme in grado di porre le sue superiori capacità cooperative e comunicative, al servizio di valori e modelli alternativi a quelli capitalistici. Nella pratica queste presunte innovazioni teoriche hanno sinora partorito, perlomeno a Milano e prendendo ad esempio la vicenda emblematica del centro sociale Leoncavallo, il topolino della logica della sopravvivenza a tutti i costi incentrata sul possesso delle strutture, e gli ammiccamenti con gli assessori comunali di Forza Italia o i sindaci ex falchi di Federmeccanica, allo scopo di ottenere supporti istituzionali, economici e non, alla costruzione di imprese sociali nei CSA.

Non potendo bastare la disamina dei limiti di queste posizioni, per noi si è comunque presentata la necessità di porsi sul terreno della critica pratica e della concreta proposta politica. Questo ha significatoindividuare la precarizzazione e la flessibilizzazione, più che l'autoimprenditorialità, come caratteri distintivi del soggetto sociale prodotto massicciamente dalle nuove forme di organizzazione produttiva e sociale capitalistica; ha significato altresì individuare nell'autorganizzazione e nel conflitto all'interno e contro il rapporto di lavoro e di sfruttamento, più che nella costruzione di imprese sociali e di zone di no-market, la possibile forma di azione collettiva di questo nuovo soggetto.

Detto questo, date le evidenti difficoltà oggettive ad impostare materialmente un intervento di questo tipo, sulle quali torneremo alla fine, abbiamo avviato la sperimentazione di primi strumenti di comunicazione e visibilità. Sono stati prodotti una serie di volantinaggi e banchetti, un questionario sul lavoro precario e flessibile, una prima assemblea fatta a Giugno al CS Vittoria, un presidio contro il lavoro interinale fatto in Dicembre davanti alla sede della multinazionale USA Manpower. Da Gennaio è stato aperto lo sportello legale in Via dei Transiti 28, tutti i Giovedì dalle 18 alle 20. In Febbraio è stato avviato un percorso di lotta insieme al Comitato per la Difesa dei Diritti dei Lavoratori e delle Lavoratrici dello stabilimento Nestlè di Cornaredo, colpito da chiusura e messa in mobilità di tutti i dipendenti, percorso che si è sviluppato con due assemblee ed un presidio davanti alla Camera del lavoro. Quest'ultima esperienza ha prospettato alcuni nodi centrali presenti nella riflessione del nostro collettivo: la precarizzazione come dato trasversale che investe ormai la totalità del mercato del lavoro, e quindi la costruzione di forme di ricomposizione fra lavoro dipendente "tradizionale" e lavoro precario. In Marzo è stato pubblicato un bollettino di circa 70 pagine intitolato "Controinforma Lavoro". Il 17 marzo, in contemporanea con una analoga iniziativa fatta a Bologna ed attuata di recente anche a Parma, è stata avviata una campagna contro la cooperativa CSML, che oltre che sfruttare i lavoratori affittandoli alle aziende, li obbligava ad iscriversi ad un sindacato giallo legato ad un senatore di Forza Italia. Questa campagna, partita con una occupazione simbolica di un'ora e mezza della sede di questa cooperativa, è proseguita con ulteriori iniziative sia di tipo legale, che di denuncia ed agitazione. Infine è stata avviata un'altra vertenza nei confronti di una cooperativa attiva nel settore della ristorazione aziendale, dove una compagna del collettivo ha lavorato quasi un anno. Durante tutto questo periodo il collettivo ha anche partecipato a trasmissioni radiofoniche a Radio Popolare, e sta curando una trasmissione fissa quindicinale a Radio Onda D'Urto.

Conclusa la cronistoria, soffermiamoci sui nodi politici e le difficoltà che stiamo affrontando.

Come risulta evidente, sul piano degli strumenti di azione e delle forme di lotta non ci siamo inventati nulla. Abbiamo attinto alla tradizione, ed abbiamo cercato di confrontarla con un settore di intervento non facile: grande frammentazione e dispersione non solo fisica ma anche giuridica e contrattuale; mancanza di garanzie e quindi forte ricattabilità; assenza di esperienze e modelli specifici a cui attingere soprattutto nel settore del precariato privato; clima generale anche qui nel nord di crisi occupazionale, la quale rafforza le paure sociali e la tendenza diffusa ad adeguarsi ed accettare qualsiasi condizione di lavoro, o a cercare soluzioni migliorative sul piano individuale.

Allo stato attuale esistono nuclei più o meno piccoli di compagni e compagne, come il nostro, che stanno avviando un progetto di intervento sulla precarizzazione. Resta ancora tutto da costruire il passaggio da una fase connotata dalla sperimentazione da parte di piccoli gruppi di compagni, ad una fase di effettiva realizzazione di esperienze di autorganizzazione sociale dentro e contro i rapporti di lavoro.

Ciò che con tutta probabilità ci sta davanti non è né la catastrofica presa d'atto della impossibilità di costruire forme stabili di azione collettiva del lavoro precario e flessibile, e neanche il rigoglioso e prorompente sviluppo di un movimento di lotta che dilagherà nella società.

Ciò che ci sta davanti è quasi certamente un percorso molto più tortuoso, discontinuo e poco lineare, ma non per questo meno ricco di interesse e potenzialità. Fra le due ipotesi estreme sopra delineate c'è infatti il ricatto dei meccanismi oggettivi del mercato, ma c'è anche un malcontento enorme, diffuso seppure ancora privo di voce. Un malcontento che si espande in parallelo con la crescita di certe posizioni lavorative "atipiche", un malcontento in parte alla ricerca di punti di riferimento, di prospettive credibili e praticabili di fuoriuscita dalla logica dell'accettazione e dell'impotenza. E' da questo dato che dobbiamo partire.

Ciò che serve oggi non è tanto o soltanto convincere qualcuno di essere sfruttato, ma convincerlo che è possibile reagire collettivamente e cambiare concretamente la situazione. Occorre dare (e darsi) fiducia. Se no c'è il rischio che anche le nostre denunce sulla precarizzazione dilagante dei rapporti di lavoro, finiscano per diventare il paradossale contraltare agli appelli di Confindustria e Sole 24 Ore a rinunciare al mito del "posto fisso", e quindi finiscano per contribuire ulteriormente alla rassegnazione, o all'accettazione del "meno peggio" o di un qualsiasi posto di lavoro "stabile", per brutto che sia.

Di fronte a tante difficoltà pensiamo quindi che i risultati che otterremo saranno proporzionali all'impegno, alla fantasia ed all'entusiasmo che sapremo investire in questo percorso, alla nostra capacità di usare tutti gli strumenti pratici, dagli sportelli alle occupazioni, dagli opuscoli alle vertenze legali, e di inventarne di nuovi per indagare e capire meglio la realtà, per accumulare esperienze, per costruire orizzontalmente comunicazione, informazione, solidarietà, visibilità.

Il tutto condito da sane dosi di pragmatismo e concretezza, ed avendo soprattutto un occhio a quello che non va, più che a presunte certezze, un occhio ai problemi ed alle difficoltà, ed a come superarle materialmente.

In provincia di Milano negli ultimi 4 anni le assunzioni "precarie" sul totale dei nuovi assunti, sono passate dal 34% al 61%, percentuale che per le donne diventa di oltre il 70%. Domani saranno ancora di più. Nel frattempo le percentuali di disoccupazione sono rimaste ferme all'8%, alla faccia di chi dice che la flessibilità crea posti di lavoro. Pertanto alternative ad un tentativo di costruire forme di autorganizzazione del lavoro flessibile e precario, non ce ne sono, se si ritiene (come noi facciamo) che il terreno del lavoro e del reddito sia ineludibile per chi voglia mettere in discussione lo stato di cose presente. Oltre noi non sono moltissimi coloro che stanno tentando di costruire un percorso del genere.

Ad aumentare le difficoltà contribuisce oltretutto una fase politica generale non molto favorevole per il movimento.

Nonostante siamo meno di quel che dovremmo, siamo però più di quelli che eravamo un anno fa, e pertanto va rafforzata la battaglia per coinvolgere nuovi soggetti in questo percorso, a partire dall'interno dello stesso movimento, dove oggi albergano varie linee ed opzioni dissonanti, anche in questo campo. A Milano oggi sono già diverse le realtà che stanno lavorando attivamente sul terreno della precarizzazione: noi, il COLPO all'interno del comune, il Centro Sociale Eterotopia di San Giuliano, il Comitato contro il lavoro precario della Panetteria Occupata, settori del sindacalismo di base. Altre sono le situazioni interessate ad interloquire o a sviluppare anch'esse un proprio percorso.

A livello nazionale, a circa 8 mesi dal convegno di Bologna del 30 Novembre ed 1 Dicembre, alle realtà già operanti come quelle di Bologna, di Genova o di Trento, se ne sono aggiunte altre come Parma. In particolare va ricordata la recente apertura di oltre una dozzina di sportelli di informazione e lotta in vari centri sociali e strutture di movimento romane. Sono tutti segnali molto positivi.

Ipotizziamo alcune tracce di lavoro per il futuro più prossimo: costruzione di esperienze pilota nei luoghi di lavoro partendo da quei settori del mondo del precariato dove esistono condizioni migliori (raggruppamento e possibilità di socializzazione, minima continuità temporale, omogeneità contrattuale e di condizioni materiali); costruzione di relazioni fra lavoratori dipendenti e precari partendo dalle realtà dove essi lavorano fianco a fianco nelle stesse unità produttive; costruzione di relazioni fra lavoratori precari e non, disoccupati e utenti, a partire dai temi del salario indiretto, del Welfare e dell'accesso gratuito o a prezzi politici ai servizi; sperimentazione di possibili sintesi virtuose fra la dimensione del collettivo di lotta sui temi del lavoro, e quella della socialità, a partire dai centri sociali, settore sinora poco coinvolto in questo tipo di intervento; battaglia politica propositiva contro le posizioni interne ai CSA che a questo percorso si oppongono (vedi questione impresa sociale e no profit).

Crediamo peraltro che proprio perché le difficoltà sono grosse ed il lavoro da fare è tanto, va rafforzata la circolazione di intelligenza ed informazione e la costruzione di forme di collegamento ed organizzazione, fra le varie realtà operanti sul territorio nazionale. Questa circolazione infatti serve, ed è grazie ad essa che iniziative coordinate come quelle di Marzo contro le cooperative di Milano e Bologna sono state possibili.

Buon lavoro a tutti i compagni e le compagne.

Milano Luglio 1997- Collettivo Precari Di Via Dei Transiti 28

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Indice del 2° Incontro Intercontinentale