PAROLE DELL'EZLN DURANTE L'ATTO DI CHIUSURA DEL FORO SPECIALE PER LA RIFORMA DELLO STATO

San Cristobal de Las Casas, Chiapas, Mexico. 6 luglio 1966

Attraverso la mia voce parla la voce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Fratelli e sorelle,

Parlando dei grandi dei, ecco apparire il vecchio Antonio, accompagnato dai primi, quelli che crearono il mondo. Sempre fumando, a volte camminando e a volte parlando, il vecchio Antonio si siede questa notte con me , si siede dieci anni dopo questa notte. Con lui, con il vecchio Antonio, si siedono con me tutti gli uomini e le donne di sangue scuro e cuore degno. Siedono con me ed infine prendono la parola e la voce per raccontarci la lotta. Per raccontarci, dicono e mi dicono, non per sorprenderci, non per compromettersi, non per attrarci.

Per raccontarci la lotta e i loro tempi di questa notte di dieci anni fa, con la pioggia e una fredda oscurità a fare da parete e da tetto. Una notte in cui il vecchio Antonio camminava con me nel fango, con il machete in mano. Ho detto che il vecchio Antonio camminava con me? Allora non ho detto il vero, non camminava con me, io gli andavo dietro. Non avevamo iniziato camminando a quel modo quella notte. Prima ci eravamo persi. Il vecchio Antonio mi aveva incitato a inseguire un cervo, e lo avevamo inseguito ma senza raggiungerlo. Quando ce ne rendemmo conto, già ci trovavamo in mezzo alla selva, sotto la pioggia, accerchiati dalla notte.

"Ci siamo persi" dissi inutilmente.

"Beh, si" disse il vecchio Antonio, che non sembrava affatto preoccupato, giacché con una mano riparava il fuoco con cui l'altra mano accendeva una sigaretta.

"Dobbiamo trovare la via del ritorno - mi ascoltai dire, e soggiunsi - "ho una bussola", col tono di dire "se vuoi un passaggio ho la macchina".

"Beh, si" disse di nuovo il vecchio Antonio come lasciandomi l'iniziativa e facendosi vedere disposto a seguirmi.

Raccolsi la sfida e mi mostrai pronto a sfoggiare ciò che avevo imparato in due anni in montagna da guerrigliero. Mi appartai sotto un albero, tirai fuori la mappa l'altimetro e la bussola. Come pensando a voce alta, ma in realtà per esibirmi di fronte al vecchio Antonio, descrissi altezze sul livello del mare, quote topografiche, pressione barometrica, gradi e minuti, punti di visuale e altri termini che noi militari chiamiamo "navigazione terrestre". Il vecchio Antonio non disse nulla, rimase al mio fianco senza muoversi. Supposi che mi ascoltasse perché non aveva smesso di fumare. Dopo un buon numero di ostentazioni tecniche e scientifiche mi alzai in piedi e, bussola alla mano, indicai un angolo della notte dicendo con sicurezza, mentre mi incamminavo in quella direzione: "Di la'".

Sperai che il vecchio Antonio ripetesse il suo "beh, si" ma il vecchio Antonio non disse nulla. Raccolse il suo fucile, la bisaccia, il machete ed iniziò a camminare dietro di me. Camminammo un bel po', senza peraltro giungere ad alcun luogo conosciuto. Mi sentivo umiliato per il fallimento della mia moderna tecnica e non avevo il coraggio di voltarmi indietro, dove il vecchio Antonio continuava a seguirmi senza dire una parola. Ad un certo punto arrivammo di fronte ad un picco roccioso che si opponeva al nostro cammino come una parete liscia. Gli ultimi resti dell'orgoglio che mi rimaneva finirono in pezzi quando dovetti dire a voce alta: "e ora?"

Solo allora il vecchio Antonio parlò. Si schiarì la voce e sputò qualche pezzetto di tabacco, poi dietro di me ascoltai: "quando non si sa cosa ci troviamo davanti, aiuta molto guardarci indietro".

Lo presi alla lettera e mi voltai, non per vedere da dove fossimo venuti, quanto per guardare il vecchio Antonio con un misto di vergogna, supplica e angoscia. Il vecchio Antonio non disse nulla, mi guardò e mi comprese. Snudò il machete e, aprendosi un varco nella vegetazione intricata, prese una nuova direzione. "È di qua?" chiesi inutilmente.

"Beh, si" disse il vecchio Antonio tagliando liane e umidi pezzi di notte.

In pochi minuti fummo nuovamente sulla strada maestra, dove i lampi annunciavano il profilo abbagliato del villaggio del vecchio Antonio. Bagnato e stanco giunsi alla capanna del vecchio Antonio. Dona Juanita si mise a fare il caffè e noi ci avvicinammo al focolare. Il vecchio Antonio si tolse la camicia bagnata mettendola ad asciugare accanto al fuoco, poi si sedette in terra, in un angolo, e mi offrì un panchetto. Inizialmente resistetti, un po' perché non volevo allontanarmi dal fuoco, un po' perché mi vergognavo ancora dello sfoggio inutile di mappa, altimetro e bussola. Alla fine mi sedetti. Iniziammo entrambi a fumare, io ruppi il silenzio e gli chiesi come aveva fatto a trovare la via del ritorno.

"Non l'ho trovata - rispose il vecchio Antonio - Li non c'era, non la trovai. La feci. Si fece da sola, camminando. Tu pensavi che il cammino giusto fosse da qualche parte e che i tuoi apparecchi ci avrebbero detto dove si trovava. Invece no. Poi hai pensato che io sapessi dov'era il cammino giusto e così mi hai seguito. Invece no. Io non sapevo dove si trovasse. Quello che invece sapevo era che dovevamo camminare insieme e così abbiamo fatto. Così siamo arrivati dove volevamo. Il cammino lo abbiamo fatto, non c'era".

"Però, perché mi hai detto che quando uno non sa che cosa ha davanti deve guardare indietro? Non è per trovare la strada del ritorno?" - chiesi.

"Beh, no - rispose il vecchio Antonio - Non è per trovare il cammino, è per vedere dove ti sei fermato, cos'è successo e cosa volevi."

"Come?" chiesi ormai senza remore.

"Beh, si. Voltandoti per guardare indietro, ti rendi conto di dove ti sei fermato. Ossia, puoi vedere il cammino che hai fatto sbagliando. Se guardi indietro ti rendi conto che ciò che volevi era tornare ed è accaduto che tu ti sei risposto che bisognava trovare la strada del ritorno. Questo è il problema. Ti sei messo a cercare un cammino che non esisteva. Era da fare." Il vecchio Antonio sorrise soddisfatto.

"Ma perché dici che facemmo il cammino? Lo hai fatto tu, io per lo più camminai dietro di te" gli dissi un po' a disagio.

"No beh" continua sorridendo il vecchio Antonio. "Non lo feci da solo. Anche tu lo facesti perché un pezzo camminasti tu davanti."

"Ah! Ma quel cammino non servì" lo interruppi.

"Beh, si. Servì perché così scoprimmo che non serviva e allora non tornammo su di esso perché ci aveva portati dove non volevamo. Dunque abbiamo potuto farne un altro perché ci conducesse dove volevamo" disse il vecchio Antonio.

Io rimasi un momento a guardarlo, poi azzardai: "Dunque neanche tu sapevi se il cammino che stavi facendo ci avrebbe portato fin qui?"

"Beh, no. Solo camminando si arriva. Lavorando, lottando. È la stessa cosa. Così dissero i più grandi tra gli dei, quelli che crearono il mondo, i primi."

Il vecchio Antonio si alzò in piedi.

"E molte altre cose dissero. Per esempio che a volte bisogna lottare per poter lavorare e a volte bisogna lavorare per poter lottare" disse il vecchio Antonio che, a ben vedere, maneggiava la dialettica con la stessa abilità del machete.

Così camminai dietro il vecchio Antonio questa notte, dieci anni fa. Ho detto che camminai dietro di lui? Allora non ho detto il vero. Non camminai dietro di lui, camminai con lui. Ciò accadde questa notte, dieci anni fa.

E questa notte, dieci anni dopo. Prende la parola con la mia voce, il meglio di queste terre, che per primo le contese e le lavorò, il miglior tempo di prima, il sangue bruno e indigeno sul cui dolore e lotta si sollevò la nazione messicana,.

Questa voce e questa parola viene per parlarvi. Viene per raccontarvi. Ed è la voce, che a volte è grido, delle comunità indigene zapatiste. La voce e le grida di quelli che non sono qui ma che resero possibile che altri, tutti noi, fossimo qui. L'ampia voce, in cui tutti siamo contenuti, degli indigeni, dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

La voce della dignità tzotzil, che a Oventic sollevò la speranza e la difende, gridando, dai carri armati e dai veicoli blindati; la voce della dignità tojolabal dalle basi di appoggio di Guadalupe Tepeyac in esilio; la voce della dignità tzeltal che nella profondità della Selva Lacandona resiste senza che nessuno gliene chieda conto; la voce della dignità chol che nel nord del Chiapas si vorrebbe far tacere con il piombo da un segretario del governo statale e una banda di assassini con nomi tanto ingegnosi come "Paz y Justicia" o "Chinchulines"; la voce della dignità zoque e mame che nelle loro regioni vedono che nulla cambia se non si lotta per cambiarlo, viene a raccontarvi, a parlarvi.

Questa è la voce che parla attraverso la mia e viene a conversare con voi, a raccontarvi. Questa è la voce che ora assume la mia per presentare la migliore relazione, il pensiero più vecchio e nuovo, la proposta più geniale che si sia concepita. E la relazione migliore di questo foro è il silenzio che migliaia di indigeni ribelli, gli zapatisti, vennero a tacere in questo foro. Il "siamo qui" che trenta mesi fa parlò sparando, oggi ripete "siamo qui" e lo fa tacendo. Questa è la proposta di quelli che non sono al foro ma che lo hanno reso possibile, la proposta degli indigeni dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Sappiamo tacere. Sappiamo ascoltare. Sappiamo imparare.

Con il loro silenzio che ascolta per imparare, per cercare e trovare, gli indigeni ribelli danno il miglior apporto a una nuova cultura politica, alla transizione alla democrazia, alla costruzione di un paese nuovo e migliore.

Molte cose dice questo silenzio fertile. Lo stesso che preservò e curò la nascita del primo gennaio del 1994. Lo stesso che preserva e cura la nascita di qualcosa che ne contiene di più e che è una nuova via. Dice questo silenzio che trova già chi ascoltare, che trova già i suoi fratelli della città e della campagna in tutto il Messico. Che trova già qualcosa del meglio di questo paese, gli uomini, donne, bambini e anziani che lottano come zapatisti per vie civili e pacifiche; gli uomini, donne, bambini e anziani che, insieme all'EZLN, costruiscono già la pace possibile e necessaria; gli uomini, donne, bambini e anziani del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale.

Il Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale è l'intuizione oggi di ciò che possiamo essere domani. La continuità della lotta che non si vende né si arrende, che cresce sempre e che deve convertirsi, dal di fuori del Potere, nella vera minaccia razionale contro la stupidità del Potere. I fratelli che si conoscono, che si trovano e che si incamminano per diventare una sola via, una nuova via, migliore. I fratelli dell'EZLN e dell'FZLN. Non ci sono alleanze fra l'FZLN e l'EZLN. Non è che l'uno è il braccio armato dell'altro, e l'altro è il braccio civile dell'uno. C'è una via in cui parlano e camminano molti. La via che percorrono è nuova e la stanno facendo insieme. Siamo lo stesso domani che costruiamo oggi.

Il silenzio che tacque e oggi parla, l'assente che rese possibile questo incontro, questo foro, saluta attraverso la mia voce i Comitati Civili di Dialogo del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale e riconosce nel loro sforzo la via migliore per farci nascere tutti, insieme, in una nuova forza politica, in una organizzazione di nuovo tipo.

Il silenzio che tacque in questo foro, oggi parla per dire che questa è la nostra proposta di Dialogo Nazionale. Il dialogo dei diversi che cercano un incontro. Il dialogo nazionale per altra via che non è quella delle elites. Il dialogo come parte di un movimento nazionale e razionale di resistenza. Il dialogo che apre, morendo e tacendo, i suoi propri spazi perché tutti parlino. Il dialogo che dice che la democrazia non è nella ricchezza. Al contrario, le carenze hanno reso possibile un altro tipo di relazioni politiche e sociali, questa che le comunità indigene ribelli costruirono per anni interi e oggi rendono possibile tracciare una via molto grande in cui tutti camminiamo, in cui tutti ci formiamo. Un dialogo che rende evidente che, di fronte alla stupidità e al cinismo del potente, la razionalità umana è un'alternativa possibile. Esiste un cambiamento di atteggiamento in decine di migliaia di persone, gli indigeni ribelli, coloro che affermano la loro razionalità di fronte alla persecuzione che li vuole ridurre ad animali. La dignità che si pareggia e potenzia con la razionalità. La dignità che non si considera unica e che si sa ripetuta, uguagliata e superata in altre parti e con altra gente con altri colori e altre lingue. La dignità che dà la ragione, quella degli eroi per vivere con coerenza. Quella dei messicani senza posto nella storia scritta o diffusa, ma che vive quotidianamente e silenziosamente negli atti eroici che sono il rispetto e l'onore. Quella dei messicani diversi dal superbo che ci ingannò e derubò. Quello che arrivò al potere grazie ad un sistema autoritario e oggi sembra fuggire. Quello che dilapidò non solo la ricchezza di un paese, ma anche il capitale morale di una nazione. I messicani e messicane che non hanno incarichi pubblici o politici. Quelli che vivono già la possibilità di essere migliori: il contabile che non rubò, l'avvocato che non ingannò, l'impresario che fu giusto, la famiglia che si difese, i contadini che non si vendettero, gli operai che non si arresero, gli studenti che non si conformarono, i maestri che non si dimenticarono, gli autisti, le casalinghe, i coloni, gli intellettuali, gli artisti, i religiosi, i professionisti, i politici e perfino i militari che preferirono essere onesti con sé stessi e con gli altri, quelli che sono coerenti e fedeli senza che nessuno chieda loro conto. Gli eroi messicani, uomini, donne, bambini, anziani, che non hanno statue, fotografie né feste scolastiche. Quelli che non si siedono e camminano sempre. Quelli che resistono alla tentazione di essere conformisti in mezzo al disastro.

Gli eroi messicani di oggi, che vivono oggi, che lottano oggi.

Gli eroi messicani che costruiscono già e per tutti, un paese migliore e nuovo.

Gli eroi messicani tra cui si evidenziano gli indigeni e i giovani, le donne e il movimento gay.

Gli eroi messicani, gli anonimi per il potere, i protagonisti per costruire il domani.

Gli eroi messicani, uomini, donne, bambini, anziani che si sono riuniti in questi giorni e in questo foro.

Gli eroi messicani, uomini, donne, bambini, anziani che non sono stati qui, ma che con il loro silenzio ci hanno accompagnato.

Il silenzio che tacque in questi giorni e che oggi parla, l'assenza che rese possibile la nostra presenza, raggiunse un dialogo che non salì alle elites per farsi udire, ma che, sempre in basso, si aprì per ogni lato e fece sì che quelli di sopra scendessero a parlare e quelli accanto si accostassero un poco per ascoltare ed imparare.

Il silenzio che tacque in questi giorni e che oggi parla, gli assenti che si presentano attraverso noi soffrono il carcere gigantesco che il potere e la superbia, con decine di migliaia di soldati, hanno serrato intorno alla loro vita, ai quali ora se ne aggiunsero altri per venire qui ad imparare ad odiare gli indigeni ribelli, per indicare loro il nemico che dovranno inseguire e uccidere domani.

Il silenzio che ci convocò è prigioniero. Egli ci diede la parola. Questo silenzio continua a resistere da solo, senza che nessuno gli tenda la mano o ne cerchi la parola. Molti gli parlano e pochi lo ascoltano. Il silenzio che ci convocò ha potuto uscire oggi e, invece di approfittarne per parlare e convincere, ha preferito tacere perché parlassero altri, inclusi coloro che lo inseguono e ne cercano la morte.

Verrà la volta in cui tutti parleranno a questo silenzio con la giustizia che si merita. Combattendo l'intolleranza stupida che oggi lo mantiene assediato e solo. Aprendo lo spazio che merita per fare ciò che si è guadagnato e ciò che tutti i silenzi di oggi devono fare: per parlare ed essere ascoltati.

Fratelli e sorelle:

Questo incontro deve continuare. In esso abbiamo scoperto che è possibile e necessaria un'alternativa all'incubo. Abbiamo cominciato già a sognare insieme una realtà migliore e nuova. È necessario continuare costruendo un'alternativa, un'alternativa in cui ci stanno tutti quelli che parlano e, soprattutto, tutti quelli che tacciono.

Viva sempre la parola che ci ammutolisce. Viva sempre il silenzio che ci parla.


DEMOCRAZIA!

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

Dalle montagne del sud-est messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno - Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Ribelle Marcos

Messico, luglio 1996.

[tradotto dal Consolato Ribelle del Messico di Firenze e dal Comitato Chiapas di Torino]


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